I dialogatori

I dialogatori

martedì 21 gennaio 2014

La spiritualità degli atei di Enzo Bianchi

Ormai in Italia il confronto tra credenti cattolici e non cristiani, agnostici o atei è sempre più segnato da conflittualità e polemiche che a volte diventano derisione e disprezzo reciproco. 

Va detto con franchezza: siamo lontani dallo spirito espresso da Paolo VI con parole ormai dimenticate: "Noi dedichiamo uno sforzo pastorale di riflessione per cercare di cogliere negli atei nell'intimo del loro pensiero i motivi del loro dubbio e della loro negazione di Dio". E' vero che oggi l' ateismo militante non è più attestato come negli anni sessanta, ma l'orizzonte agnostico, oggi ancor più esteso di allora, richiede in realtà lo stesso sforzo da parte dei cristiani per tessere un dialogo che si nutra di ricerca comune, di ascolto, di dibattito tra vie diverse. 

Invece da una parte, quella dei credenti, le posizioni sono sovente difensive perché nutrite di paura e di vittimismo, mentre da parte di alcuni non cristiani si arriva a deridere la fede, ad affermare che proprio i cristiani sono incapaci di avere un' etica, che la fede è fomentatrice di integralismo, intolleranza e violenza. Veementi attacchi anticristiani da una parte, dall' altra mancanza di ascolto e persino demonizzazione del "non credente", giudicato "incapace di moralità".

 E così, qua e là echeggia una parola di Dostoevskij: "Se Dio non esiste, tutto è permesso!", considerando chi non crede come persona priva di spiritualità e di morale. Ma allora, è praticabile un dialogo convinto, rispettoso, capace di essere anche fecondo? E' possibile che i non credenti si confrontino con i cristiani sulle domande attorno al senso della vita? E' possibile che il cammino di "umanizzazione", essenziale all' umanità per non cadere nella barbarie, sia percorso insieme? 

Ma affinché questo cammino si apra occorrono alcune urgenze che cerco di delineare. Agnostici e atei non credono in Dio, non si sentono coinvolti da questa presenza perché non la sentono reale, ma sono consapevoli che invece le religioni che professano Dio fanno parte della storia umana, della società, del mondo. Come essi non trovano ragioni per credere, altri invece le trovano e sono felici: gli uni pensano che questo mondo basti loro, gli altri sono soddisfatti di avere la fede. Ma proprio questo fa dire che l'umanità è una, che di essa fanno parte religione e irreligione e che, comunque, in essa è possibile, per credenti e non credenti, la via della spiritualità. Spiritualità non intesa in stretto senso religioso, ma come vita interiore profonda, come fedeltà-impegno nelle vicende umane, come ricerca di un vero servizio agli altri, attenta alla dimensione estetica e alla creazione di bellezza nei rapporti umani. Spiritualità, soprattutto, come antidoto al nichilismo che è lo scivolo verso la barbarie: nichilismo che credenti e non credenti dovrebbero temere maggiormente nella sua forza di negazione di ogni progetto, di ogni principio etico, di ogni ideologia. 

Purtroppo questo nichilismo viene sovente definito relativismo, finendo per confondere il linguaggio del dialogo e del confronto e portando all' incomprensione reciproca. Ed è lo stesso nichilismo che, paradossalmente, può assumere la forma del fanatismo in cui ci sono certezze assolute, dogmatismi, intolleranza che accecano fino a rendere una persona disposta a morire e a far morire. No al nichilismo, dunque, ma allora emerge l' urgenza di riconoscere la presenza di una spiritualità anche negli atei e negli agnostici, capaci di mostrare che, se anche Dio non esiste, non per questo ci si può permettere tutto: persone che sanno scegliere cosa fare in base a principi etici di cui l' uomo in quanto tale è capace. 

E la grande tradizione cattolica chiede ai cristiani di riconoscere che l' uomo, qualsiasi essere umano, proprio perché, secondo la nostra fede, è creato a immagine e somiglianza di Dio, è "capax boni", capace di discernere tra bene e male in virtù di un indistruttibile sigillo posto nel suo cuore e della ragione di cui è dotato. I non credenti sono capaci di combattere l' orrore, la violenza, l' ingiustizia; sono capaci di riconoscere "principi" e "valori", di formulare diritti umani, di perseguire un progresso sociale e politico attraverso un' autentica umanizzazione. Si tratta, per tutti, di essere fedeli alla terra, fedeli all' uomo, vivendo e agendo umanamente, credendo all' amore, parola sì abusata oggi e sovente svuotata di significato, ma parola unica che resta nella grammatica umana universale per esprimere il "luogo" cui l' essere umano si sente chiamato. Credenti e non credenti non possono essere insensibili ad affermazioni che percorrono come un adagio i testi biblici e che sono stati ripresi dalla tradizione: "Solo l' amore è più forte della morte... Solo l' amore resterà per l' eternità...". 

Del resto la fede - questa adesione a Dio sentito come una presenza soprattutto a causa del coinvolgimento che il cristiano vive con Gesù Cristo - non sta nell' ordine del "sapere" e neppure in quello dell' acquisizione: si crede nella libertà, accogliendo un dono che non ci si può dare da sé. Analogamente gli atei, nell' ordine del sapere non possono dire "Dio non c' è": è, infatti, un' affermazione che possono fare solo nell' ambito della convinzione. Vorrei che noi cristiani potessimo ascoltare atei e agnostici, potessimo confrontarci con loro, senza inimicizie, soprattutto attraverso un confronto delle nostre spiritualità, di ciò che in profondità ci muove nel nostro agire. Lo spirito dell' uomo è troppo importante perché lo si lasci nelle mani di fanatici e di intolleranti oppure di spiritualisti alla moda. Certo, ogni religione si nutre di spiritualità, ma c' è posto anche per una spiritualità senza religione, senza Dio. Ma nella specifica situazione italiana dovremmo prestare attenzione anche ad un altro elemento, facendo tesoro di un aneddoto storico. Mussolini confidò un giorno al suo ministro degli Esteri: "Io sono cattolico e anticristiano!". Eredi di questa posizione se ne possono trovare tuttora in Italia: persone non credenti né in Cristo né nel suo vangelo, ma pronti a difendere valori culturali "cattolici". Non è questo che intendo quando parlo di spiritualità degli atei: penso invece a un sentire che rende possibile un confronto proprio sui valori del Vangelo, sul suo messaggio umanizzante a servizio dell' uomo. 

Credo ci sia posto per una spiritualità degli agnostici e dei non credenti, di coloro che sono in cerca della verità perché non soddisfatti di risposte prefabbricate, di verità definite una volta per tutte. E' una spiritualità che si nutre dell' esperienza dell' interiorità, della ricerca del senso e del senso dei sensi, del confronto con la realtà della morte come parola originaria e con l' esperienza del limite; una spiritualità che conosce l' importanza anche della solitudine, del silenzio, del pensare, del meditare. E' una spiritualità che si alimenta dell'alterità: va incontro agli altri, all'altro e resta aperta all'Altro se mai si rivelasse. Ne La Peste, Camus scriveva: "Poter essere santi senza Dio è il solo problema concreto che io oggi conosco". 

Oggi potremmo parafrasare questa affermazione dicendo che il solo autentico problema è essere impegnati in una ricerca spirituale al fine di fare della vita umana un' opera d' arte, un cammino di piena umanizzazione. Sì, in Francia pensatori come Luc Ferry o André Comte-Sponville, non cristiani e non credenti, propongono nella lotta contro la barbarie incipiente una spiritualità anche per gli atei. Da noi in Italia, invece, alcuni paiono esercitarsi a offendere la fede dei credenti e a negarsi reciprocamente la capacità di etica universale, di umanesimo... Io resto testardamente convinto che, in quanto esseri umani, non siamo estranei gli uni agli altri e che siamo pertanto chiamati ad ascoltarci e a cercare insieme. L' autore è fondatore e priore della Comunità Monastica di Bose

ENZO BIANCHI

Quale dialogo?


Quale l’obiettivo di un dialogo tra credenti e non credenti? Cacciari sostiene: “In che cosa consiste il valore di un dialogo “sincero e rigoroso”? Nel trovare un reciproco adattarsi delle posizioni? Minimi comuni denominatori? Ragionevoli mediazioni? No certo. Esso consiste nel pervenire alla massima chiarezza della distinzione - e nel riconoscerne la necessità”13. Ma forse, data la profonda frattura che si è scavata tra la cristianità e la modernità, basterebbe anche un minimo comune denominatore.

Vediamo qual minimo comun denominatore sta emergendo nei due ambiti proposti dallo stesso Bergoglio: verità e carità. Sulla verità si può concordare con quanto sostenuto da Leonardo Boff: “…tutti cerchiamo una verità più piena e più ampia, una verità che ancora non possediamo. Per trovarla, non servono i dogmi e le dottrine, ma caso mai il presupposto che esistono ancora risposte da cercare, che esiste un mistero, e che questa ricerca è una forza che ci mette tutti sullo stesso piano, i credenti come i non credenti, i fedeli di chiese diverse, ognuno dei quali ha diritto di portare la sua visione del mondo”22.
Al seguente link, trovate molti articoli sul tema da leggere e commentare

http://www.democraziapura.altervista.org/?page_id=4399

La chiamata universale alla santità


Uno dei più significativi insegnamenti del Concilio Vaticano Secondo riguardala chiamata universale alla   santità. Nella Costituzione dogmatica sulla Chiesa, Lumen gentium, troviamo un intero capitolo dedicato alla   chiamata alla santità. Vi leggiamo: “Perciò tutti nella Chiesa, sia che appartengano alla Gerarchia sia che da   essa siano diretti, sono chiamati alla santità” (LG 39), e ancora, “È chiaro a tutti, che ogni fedele di   qualunque stato o grado è chiamato alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità” (LG 40).   Più oltre, “Tutti i fedeli sono dunque invitati e tenuti a perseguire la santità e la perfezione del proprio stato”   (LG 42).   Ciò non è un nuovo insegnamento, scoperto dai Padri del Concilio. Lo troviamo negli scritti e negli insegnamenti del santo raffigurato sull’altare, nella cappella privata del Cardinale Newman nell’Oratorio di Birmingham, San Francesco di Sales; lo troviamo negli scritti dei Padri della Chiesa; lo troviamo nelle parole dello stesso Gesù. Eppure, l’insegnamento del Concilio è notevole, ed è stato messo in evidenza spesso negli  anni successivi, perché era - in qualche modo - dimenticato e, ahimè (come direbbe Newman) oggi sembra  sia stato lasciato di nuovo ai margini della strada, come diluito dalle onde di un nuovo attivismo esteriore e superficiale. Eppure è questa la chiamata che fornisce almeno la base per una risposta alla domanda che abbiamo   formulata, cioè, è vero che tutti i cristiani di tutti i tempi hanno qualcosa in comune al di fuori del nome? Se, come insegna il Concilio Vaticano Secondo, tutti i cristiani sono chiamati alla santità, non potrebbe essere questo ciò che noi abbiamo in comune con i cristiani di tutti i secoli? Come si potrebbe definire questa  santità? Con in mente la chiamata universale alla santità, diamo uno sguardo più attento alla risposta che Diogneto ricevette alla domanda circa l’identità del cristiano, e alla predicazione di John Henry Newman nella Chiesa di St. Mary’s in risposta alla stessa domanda.   

«Lampada per i miei passi la tua parola, / luce sul mio cammino»



OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Basilica Vaticana Lunedì, 6 gennaio 2014

«Lumen requirunt lumine». Questa suggestiva espressione di un inno liturgico dell’Epifania si riferisce all’esperienza dei Magi: seguendo una luce essi ricercano la Luce. La stella apparsa in cielo accende nella loro mente e nel loro cuore una luce che li muove alla ricerca della grande Luce di Cristo. I Magi seguono fedelmente quella luce che li pervade interiormente, e incontrano il Signore.

In questo percorso dei Magi d’Oriente è simboleggiato il destino di ogni uomo: la nostra vita è un camminare, illuminati dalle luci che rischiarano la strada, per trovare la pienezza della verità e dell’amore, che noi cristiani riconosciamo in Gesù, Luce del mondo. E ogni uomo, come i Magi, ha a disposizione due grandi “libri” da cui trarre i segni per orientarsi nel pellegrinaggio: il libro della creazione e il libro delle Sacre Scritture. L’importante è essere attenti, vigilare, ascoltare Dio che ci parla, sempre ci parla. Come dice il Salmo, riferendosi alla Legge del Signore: «Lampada per i miei passi la tua parola, / luce sul mio cammino» (Sal 119,105). Specialmente ascoltare il Vangelo, leggerlo, meditarlo e farlo nostro nutrimento spirituale ci consente di incontrare Gesù vivo, di fare esperienza di Lui e del suo amore.

La prima Lettura fa risuonare, per bocca del profeta Isaia, l’appello di Dio a Gerusalemme: «Alzati, rivestiti di luce!» (60,1). Gerusalemme è chiamata ad essere la città della luce, che riflette sul mondo la luce di Dio e aiuta gli uomini a camminare nelle sue vie. Questa è la vocazione e la missione del Popolo di Dio nel mondo. Ma Gerusalemme può venire meno a questa chiamata del Signore. Ci dice il Vangelo che i Magi, quando giunsero a Gerusalemme, persero per un po’ la vista della stella. Non la vedevano più. In particolare, la sua luce è assente nel palazzo del re Erode: quella dimora è tenebrosa, vi regnano il buio, la diffidenza, la paura, l’invidia. Erode, infatti, si mostra sospettoso e preoccupato per la nascita di un fragile Bambino che egli sente come un rivale. In realtà Gesù non è venuto ad abbattere lui, misero fantoccio, ma il Principe di questo mondo! Tuttavia il re e i suoi consiglieri sentono scricchiolare le impalcature del loro potere, temono che vengano capovolte le regole del gioco, smascherate le apparenze. Tutto un mondo edificato sul dominio, sul successo sull’avere, sulla corruzione è messo in crisi da un Bambino! Ed Erode arriva fino a uccidere i bambini. «Tu uccidi i bambini nella carne perché la paura ti uccide nel cuore» - scrive san Quodvultdeus (Disc. 2 sul Simbolo: PL 40, 655). E’ così: aveva paura, e per questa paura è impazzito.


I Magi seppero superare quel pericoloso momento di oscurità presso Erode, perché credettero alle Scritture, alla parola dei profeti che indicava in Betlemme il luogo della nascita del Messia. Così sfuggirono al torpore della notte del mondo, ripresero la strada verso Betlemme e là videro nuovamente la stella, e il Vangelo dice che provarono «una gioia grandissima» (Mt 2,10). Quella stella che non si vedeva nel buio della mondanità di quel palazzo.


Un aspetto della luce che ci guida nel cammino della fede è anche la santa “furbizia”. E’ una anche virtù questa, la santa “furbizia”. Si tratta di quella scaltrezza spirituale che ci consente di riconoscere i pericoli ed evitarli. I Magi seppero usare questa luce di “furbizia” quando, sulla via del ritorno, decisero di non passare dal palazzo tenebroso di Erode, ma di percorrere un’altra strada. Questi saggi venuti da Oriente ci insegnano come non cadere nelle insidie delle tenebre e come difenderci dall’oscurità che cerca di avvolgere la nostra vita. Loro, con questa santa “furbizia” hanno custodito la fede. E anche noi dobbiamo custodire la fede. Custodirla da quel buio. Ma, anche, tante volte, un buio travestito di luce! Perché il demonio, dice san Paolo, si veste da angelo di luce, alcune volte. E qui è necessaria la santa “furbizia”, per custodire la fede, custodirla dai canti delle Sirene, che ti dicono: “Guarda, oggi dobbiamo fare questo, quello...” Ma la fede è una grazia, è un dono. A noi tocca custodirla con questa santa “furbizia”, con la preghiera, con l’amore, con la carità. Occorre accogliere nel nostro cuore la luce di Dio e, nello stesso tempo, coltivare quella furbizia spirituale che sa coniugare semplicità ed astuzia, come chiede Gesù ai discepoli: «Siate prudenti come i serpenti e semplici come le colombe» (Mt 10,16).


Nella festa dell’Epifania, in cui ricordiamo la manifestazione di Gesù all’umanità nel volto di un Bambino, sentiamo accanto a noi i Magi, come saggi compagni di strada. Il loro esempio ci aiuta ad alzare lo sguardo verso la stella e a seguire i grandi desideri del nostro cuore. Ci insegnano a non accontentarci di una vita mediocre, del “piccolo cabotaggio”, ma a lasciarci sempre affascinare da ciò che è buono, vero, bello… da Dio, che tutto questo lo è in modo sempre più grande! E ci insegnano a non lasciarci ingannare dalle apparenze, da ciò che per il mondo è grande, sapiente, potente. Non bisogna fermarsi lì. E’ necessario custodire la fede. In questo tempo è tanto importante questo: custodire la fede. Bisogna andare oltre, oltre il buio, oltre il fascino delle Sirene, oltre la mondanità, oltre tante modernità che oggi ci sono, andare verso Betlemme, là dove, nella semplicità di una casa di periferia, tra una mamma e un papà pieni d’amore e di fede, risplende il Sole sorto dall’alto, il Re dell’universo. Sull’esempio dei Magi, con le nostre piccole luci, cerchiamo la Luce e custodiamo la fede. Così sia!

domenica 19 gennaio 2014

Che significa "farsi agnello di Dio" per ognuno di noi

VANGELO Gv 1,29-34 Ecco l'agnello di Dio colui che toglie i peccati del mondo Dal Vangelo secondo Giovanni In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele». Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio». Qual è il significato reale di queste parole? Un agnello é un animale inerme che ha la forza di combattare il peccato e lo fa con mitezza ed amore. Il nuovo testamento introduce nella storia un'idea di Dio diversa: non è più chiesto all'uomo di fare sacrifici, ma é dio che sacrifica se stesso,offrendo suo figlio perla redenzione dell'uomo. Continuando la nostra riflessione sull'essere cristiano che vuol dire oggi ed ora, farsi agnello di Dio. In che modo è possibile contribuire nella nostra quotidianitã alla storia di salvezza. Ed il vangelo di oggi ci invita a credere ed amare, a seguire Dio attraverso Cristo. Quando passa gesu Giovanni Battista dice ecco l'anello di dio e di questo io do testimonianza. Testimoniare con la vita la propria cristianità, come imparare a portare amore dove c'è chiusura, dove c'odio, dove c'è ira ae rabbia, solo mettendosi alla scuola di gesu per imparare ad amare. Andare alla scuola di Gesù per imparare ad amare, rinunciando a sè stessi per accogliere l'altro. Seguire gesu é opporsi alla logica sbagliata del male che intristisce il mondo, che avvelena le relazioni e che rende infelici Evitiamo intimismi religiosi, perche la nostra fede non é un fatto privato ma appartiene alla nostra vita, annunciamo il nostro credo con franchezza, nella liberta. Parliamo dei grandi miracoli che gesu ha compiuto nella nostra esistenza.

sabato 18 gennaio 2014

Qualcosa per riflettere insieme

Qualche tempo fa ho trovato in rete questo sito che contiene approfondimenti audio e testo dei vangeli, ve lo segnalo perché offre molti spunti di riflessione. Invito tutti noi forse a provare a fare lo stesso.


http://www.gesuiti-villapizzone.it/sito/lectio/vangeli.html

essere cristiani qui ed ora

Dice in sintesi il teologo Kung: essere Cristiano significa seguire Cristo che ci ha mostrato la via attraverso la sua vita. Osservazione tanto semplice quanto rivoluzionaria, perché a differenza delle altre religioni noi abbiamo una testimonianza storica della vita di Cristo, sulla base della quale è per noi possibile tracciare la strada. Ed allora la riscoperta della vita di Cristo innanzitutto attraverso i vangeli, ma poi anche per mezzo di altre fonti ci offre non solo e non tanto spunti di riflessione, quanto risposte concrete ai nostri interrogativi esistenziali.
In un passo del libro "Tornare a Gesù" Kung scrive:
"Cristiano non è tutto ciò che è vero, buono, bello e umano. Come negare che anche al di fuori del Cristianesimo c'è verità, bontà, bellezza e umanità. E' legittimo chiamare cristiano tutto ciò che nella teoria e nella prassi, si colloca in esplicito, positivo rapporto con Gesù."
A partire da questa riflessione mi piacerebbe con voi condividere come nella nostra quotidianità possiamo rendere centrale questo rapporto con lui, confrontandoci su sentimenti ed emozioni che spesso ci ostacolano in questo cammino.