I dialogatori

I dialogatori

venerdì 28 marzo 2014

Dialogo sui due massimi sistemi del mondo: Credenti e Non-Credenti

Carissimi, anch’io mi associo ai ringraziamenti di cuore del nostro “segretario” (è che non avevo capito che avevamo un segretario: ma fa anche le fotocopie?): grazie Francesca per l’ospitalità (e il buon cibo) e grazie a Cristiana per l’opportunità che ci ha dato di conoscere padre David (una vera forza del Signore). Ma partiamo di slancio (come ci vorrebbe papa Francesco, vivaci e lanciati verso la grande Verità: Dio che si è rivelato a noi in Gesù Cristo salvandoci). Come sta diventando ormai tradizione, sembra che l’approccio “dialogico” tra me e Giuseppe inizia ad appartenerci come ci appartiene ogni nostro desueto vestito (veste noi come nessun altro, soprattutto nei ricordi legati ad esso). Quindi, partiamo con una correzione: non è vera la proposizione “temi sui quali ho avuto modo di esprimermi ampiamente con l'esimio collega Giampiero, rischiando di vedermi negare anche il saluto”, poiché io non lo salutavo già da prima: perché mai dovrei incominciare a farlo adesso? Era lui che mi salutava per primo, non io. E poi “esimio” lo dice a qualcun altro… bando agli scherzi e iniziamo per davvero.

Giuseppe dice: La teologia non scalda i cuori.
Io direi: “non scalda solo i cuori ma anche le nostre menti”, che comunque anch’esse (le menti) sono un dono del Signore, che, se abbiamo ben capito il suo vero messaggio, sono un dono ricevuto da donare a sua volta. Dice Ruini: “la fede senza la ragione è idolatria”; ma ancora, “bisogna avere fede per ragionare, e non ragionare per avere fede” [non ragionare per avere fede: è il solito errore che commette il non-credente; e noi sappiamo che egli commette sempre lo stesso errore; e questo dovrebbe essere un nostro vantaggio, poiché sappiamo da dove partire. E poi quando uno sbaglia, cosa dovremmo fare? Trovare il modo di segnalargli il tipo di errore che commette. Ripeto: se conosciamo l’errore, lo possiamo affrontare per trovare il “modo di segnalarlo” a colui che sbaglia]

Giuseppe dice: ma perché un non credente, che si illude di fondare la sua vita sull'esercizio della ragione, dovrebbe sprecare questa preziosa risorsa per indagare su qualcosa che, per il suo cervello, "non esiste"?
Io, negli incontri-scontri sulle teorie economiche, ho imparato che: se non si parla nella stessa lingua (cioè con lo stesso linguaggio dell’interlocutore) non ci si capirà mai (è un dato talmente di fatto che implica che se mi confronto con qualcuno, per far capire le mie ragioni, devo avere l’umiltà di “scendere” nel suo campo di visualizzazione, altrimenti il dialogo è un fallimento). Qui per linguaggio intendo sia il dialogo utilizzando fede, ragione e cuore, sia il linguaggio del comportamento, che per alcuni (non per tutti) vale più del primo. Quindi anche “l’esercizio della ragione” può essere un buon mezzo per la nostra causa. Io direi di non escluderlo a priori, ma valutare di fatto in fatto quando serve il “ragionamento” e quando serve il “comportamento”. Sono comunque convinto che un’azione che utilizzi tutti e due gli strumenti è molto più efficace.

Giuseppe dice: per smuoverlo, dobbiamo puntare un po' più in basso a sinistra.
Scusa Giuseppe, ma questa non l’ho capita… in basso a sinistra dove?

Giuseppe dice: Infatti, perché quello che agisce in noi credenti non dovrebbe agire anche in loro che "non credono"?
Io ho tentato di dare una risposta a questa domanda nel mio breve “trattato” sulla coscienza. Se volete… un giorno… forse… ne possiamo discutere apertamente.

Giuseppe dice: Qual è la fonte del bene che, indubbiamente, quelli che sostengono di essere "senza Dio" sono in grado di fare, a volte più e meglio dei cristianucci?
Vi propongo queste definizioni rivisitate per rispondere alla domanda: Cos’è “Fare il Bene” per un non-credente?
  • L'azione giudicata oggettivamente giusta (cioè, FARE il BENE) in qualsiasi circostanza è quell'azione che, fra tutte quelle che sono possibili, ci dà, quando si sia tenuto conto di tutte le informazioni a disposizione, la massima aspettativa di probabili "buoni effetti", o la minima aspettativa di probabili "effetti nocivi", secondo il principio di causalità [concezione utilitaristica di causa-effetto: questa definizione implica che dietro ad ogni azione ci sia una motivazione (causa di volizione) che si ritiene giusta e che spinge ad agire (esempio: per risorgere bisogna prima morire; ma anche, i comportamenti devianti e "cattivi" giustificati dalla ragione di stato)].
  • L'azione giudicata soggettivamente giusta, o azione morale, è quella che l'individuo giudicherà da sé "oggettivamente giusta" se avrà dedicato alla questione un'idonea quantità di pensiero (azione ragionata secondo un proprio schema di riferimento di norme che considera giuste a priori, e secondo una propria scala di valori), ovvero se, prevalendo "il sentimento di spontaneità", l'avrà intesa come "buona" d'impulso (azione istintiva) [questa seconda definizione non implica un giudizio sull'effetto dell'azione, ma limita il giudizio all'azione stessa].
[fonte: B. Russell, Determinismo e morale, 1908]

Giuseppe dice: dobbiamo piantarla di considerare i nostri fratelli "non credenti" come una specie da preservare nel loro ambiente neanche fossero foche monache o lupi marsicani. In questi casi, fra scandalo e acquiescenza il cristiano non dovrebbe avere dubbi. Se nel loro ambiente è oscurata qualsiasi traccia di trascendenza , vuol dire che è un ambiente inquinato, spesso dall'uso idolatrico della ragione umana,
Cavolo, nei nostri confronti Marx è stato più buono…

Giuseppe dice: Dobbiamo agire in modo nuovo, con uno stile nuovo, con parole nuove, affinché chi è lontano si avvicini a noi per domandarci:"Parlami di Gesù"
Io dico: e se quello non si avvicina?

Giuseppe dice: è questo l'"obiettivo": fare nascere un desiderio e una domanda
Gli esperti di Marketing lo dicono da decenni… devo però dire che, non so perché, mi trovo in accordo con Giuseppe: credo che sia la prima volta.

Un saluto, Giampiero


Farneticazioni a proposito della serata con il grande padre David

Anche se ricopro l'ambito ruolo di segretario del gruppo, questo che scrivo non è un resoconto dell'incontro di ieri. Per riassumere la magnifica serata e la presenza del nostro ispirato, mite, colto  e amabile interlocutore ci vorrebbero ben altro che le poche righe che sarei in grado di scrivere. Magari ci potrebbe provare qualcuno di voi più bravo di me.

Per andare subito al nocciolo della questione mi soffermerò solo su quelle frasi che hanno risuonato nella mia testa facendo vibrare il nodo intorno al quale si sono aggrovigliati i miei gracili neuroni e cioè la domanda: 
dove deve andare a parare il nostro gruppo?

La teologia non scalda i cuori

Ritengo troppo severo il giudizio di padre David sui teologi, ma devo riconoscere che ha buone ragioni. Qualcuno potrà anche essere affascinato da questo razionale argomentare intorno al Mistero Incommensurabile, ma perché un non credente, che si illude di fondare la sua vita sull'esercizio della ragione, dovrebbe sprecare questa preziosa risorsa per indagare su qualcosa che, per il suo cervello, "non esiste"? Sarebbe una esperienza di una noia mortale. E' ovvio che, per smuoverlo, dobbiamo puntare un po' più in basso a sinistra.

In TUTTI gli uomini agisce la grazia di Dio, attraverso lo Spirito Santo

È una frase carica di grande speranza. Infatti, perché quello che agisce in noi credenti non dovrebbe agire anche in loro che "non credono"? Qual'è la fonte del bene che, indubbiamente, quelli che sostengono di essere "senza Dio" sono in grado di fare, a volte più e meglio dei cristianucci? C'è qualcos'altro oltre Lui? Se abbiamo qualche dubbio in proposito  potrebbe valere la pena di approfondire la questione e rinominare il nostro gruppo C.O.M. (Cristiani Oltre il Monoteismo) oppure N.S.C.S  (Noi siamo Coloro che Siamo). Sarebbe molto originale ripetto a quanti hanno trattato il problema negli ultimi 6000 anni nell'ambito della tradizione giudaica-cristiana (e musulmana).
In alternativa dobbiamo piantarla di considerare i nostri fratelli "non credenti" come una specie da preservare nel loro ambiente neanche fossero foche monache o lupi marsicani. In questi casi, fra scandalo e acquiescenza il cristiano non dovrebbe avere dubbi. Se nel loro ambiente è oscurata qualsiasi traccia di trascendenza , vuol dire che è un ambiente inquinato, spesso dall'uso idolatrico della ragione umana, e il nostro compito è rendere visibili quelle tracce.

Dobbiamo agire in modo nuovo, con uno stile nuovo, con parole nuove, affinché chi è lontano si avvicini a noi per domandarci:"Parlami di Gesù"

Ecco, piuttosto che sollecitare contributi su "Coscienza" e "Morale" (temi sui quali ho avuto modo di esprimermi ampiamente con l'esimio collega Giampiero, rischiando di vedermi negare anche il saluto) è questo l'"obiettivo": fare nascere un desiderio e una domanda! L'aggettivo "Nuovo" è stato ripetuto più volte, quando ormai eravamo al termine della serata, peccato, dato che è evidente che molto del "vecchio" è inadeguato. Va approfondito cosa potrebbe essere questo "nuovo". Confidiamo molto in papa Francesco, ma se non proviamo anche noi, gentili colleghi, a dargli una mano, cosa potrà fare quell'uomo, anche se è il Santo Padre?

Grazie di cuore a Francesca per la sua eroica ospitalità e a Cristiana per averci regalato questo incontro.

sabato 22 marzo 2014

STM Speaker's corner




La mia è una idea semplice, che avevo già discusso l'anno scorso con Ginevra e Irene per l'Aperilibro quando, però, ormai non c'erano più date disponibili prima dell'estate. Poi a settembre/ottobre non ci sono state occasioni e il proposito è rimasto nel cassetto.

 Si trattava di creare una occasione di incontro aperto alle realtà del quartiere su temi suggeriti dai libri che erano stati regalati alla biblioteca.  Era stato scelto "il Viaggio" ispirandoci a: Tolkien, Chatwin, Kerouack, Chiara Frugoni (vita di S.Francesco). 

Fra gli invitati si doveva individuare chi, oltre a noi, potesse fare degli interventi.  Questi dovevano susseguirsi nel parco, senza contraddittorio, in un contesto serale tardo primaverile, possibilmente allietato da lumi di candela e da un discreto buffet. 

I relatori avrebbero parlato in piedi, su una rudimentale pedana, magari davanti a un leggio, attorno alla quale dovevano raccogliersi gli astanti. Una specie di "speaker's corner" dove tutti avrebbero avuto la possibilità di dire quello che pensavano. Lo scopo infatti era quello di presentare STM  come luogo di libero scambio di idee, pacifico e accogliente.

Mi rendo conto che è un po' pochino, non dico quale tema potremmo scegliere (sono sicuro che Giampiero proporrebbe "la Coscienza") e, neanche "chi" potremmo invitare. L'immagine però mi piace e visto che la forma è anche sostanza potrebbe essere utile prenderla in considerazione.

Ciao a tutti.



venerdì 7 marzo 2014

Giustizia e Misericordia per il rabbino Di Segni

Di fronte alle spericolate interpretazioni del "non credente" Scalfari ecco una garbata e ferma confutazione utile anche a ricordare il legame indissolubile fra Antico e Nuovo Testamento.
Da la Repubblica di oggi.

"La legge mosaica e la rivoluzione di papa Francesco. Un dialogo tra il capo della sinagoga di Roma e il fondatore di "Repubblica" 




Capita sempre più spesso di incontrare delegazioni ebraiche da tutto il mondo che vengono a Roma per incontrare il papa. C'è una tale presenza di visitatori ebrei in Vaticano che qualche volta penso ironicamente che bisognerebbe anche lì aprire una sinagoga. È anche questo un segno del nuovo clima creato da papa Francesco. Non che prima non ci fossero visite e dialogo con gli ebrei; ma ora si aggiungono altri dati: l'esperienza personale di Bergoglio come amico e collaboratore di alcuni rabbini argentini, il suo carattere e un approccio dottrinale che sembra più aperto. È ancora presto per dire dove questo porterà, ma c'è da parte ebraica ottimismo sul piano teologico, mentre su quello politico (i rapporti con Israele) è tutto da vedere. In generale le aperture di Francesco, il messaggio pastorale e umano, la carica personale di simpatia e modestia, la volontà riformatrice di strutture considerate invecchiate hanno suscitato approvazione anche entusiastica nel mondo dei fedeli cattolici e fuori da questo. Le chiese si riempiono e i cosiddetti "non credenti" osservano ammirati. Per un osservatore esterno, come può essere un ebreo, sarebbe inopportuno commentare questi fatti occupandosi di affari interni della Chiesa, se nonper quanto riguarda i suoi rapporti con l'ebraismo; ma la rivoluzione di Francesco non si limita al suo mondo, propone questioni universali che investono altre realtà e per questo merita attenzione. 

Un esempio importante di questo impatto è il dialogo che si è sviluppato nelle pagine di Repubblica tra il papa e Eugenio Scalfari al quale sono stati dedicati ripetuti e lunghi articoli. Scalfari è affascinato dalla disponibilità dialogica di Francesco, ne espone e commenta le posizioni che considera eccezionali ed innovative, in particolare sul tema del peccato. Per chi legge dall'esterno questa discussione, a parte le perplessità su una corretta interpretazione  -  espresse anche da portavoce vaticani  -  rimane qualche dubbio sull'essenza del problema. Sull'immagine proposta di una Chiesa povera, sulla volontà del papa di lotta alla corruzione, sul suo richiamo all'onestà non ci sono dubbi. Ma cosa c'è di sostanza nella sua apertura al tema del peccato? Perché, per fare degli esempi, un conto è dire che c'è accoglienza per i divorziati, un altro riconoscere il divorzio; un conto è esaltare il ruolo della donna, un altro ammetterla al sacerdozio; un conto è essere comprensivi dell'omosessualità, un altro riconoscere legalmente le unioni. Sono problemi del mondo cattolico, ma anche il mondo ebraico ha i suoi analoghi problemi conflittuali con le durezze del sistema. Certamente l'approccio comprensivo e l'atteggiamento di apertura diminuiscono le tensioni e sveleniscono l'atmosfera ma non risolvono i problemi dottrinali alla radice. 

La tradizione ebraica fornisce uno schema interpretativo forte e seducente per questo tipo di tensioni. Cominciando dal piano divino, si ammette che esistano due qualità o attributi contrapposti: da una parte la giustizia, la severità e il rigore, dall'altra l'amore e la misericordia. Il primo progetto creativo del mondo, dicono i rabbini, era basato sulla giustizia, ma vedendo che il mondo non avrebbe potuto resistere, il Creatore optò per il piano "b", quello della misericordia unita alla giustizia. Per gli esseri umani, per le loro strutture organizzate, per i loro leader, vale la stessa contrapposizione. Con una precisa consapevolezza: che nessuna delle due qualità regge da sola, non c'è giustizia senza misericordia, non c'è misericordia senza giustizia. Guardando alle vicende vaticane recenti e al loro impatto universale verrebbe la tentazione di applicare queste due categorie ai due pontefici coesistenti; il primo sembra abbia incarnato l'anima dottrinale e il secondo quella dell'amore. Ma si tratta di una lettura superficiale e rischiosa, ingiusta e limitativa per i due protagonisti. Il fatto è che nel fenomeno religioso, così come viene vissuto nella nostra epoca, le grandi masse cercano prima di tutto accoglienza, inclusione, protezione e comprensione, mentre la fede e la dottrina vengono dopo. 

La personalità di Francesco risponde alla richiesta e richiama le folle, ma sarebbe fuorviante pensare che dietro al suo amore non vi sia la giustizia e la dottrina. È per questo che gli entusiasmi di credenti e "non credenti" andrebbero un po' smorzati. Per inciso, sarebbe meglio evitare l'espressione "non credenti" senza specificare in che cosa non si crede; altrimenti il parametro della fede diventa la verità cattolica e chi non l'accetta viene inserito in un grigio limbo, quali che siano le sue convinzioni filosofiche o religiose. In questa opposizione di simboli o sistemi e nella rappresentazione idealizzata e schematizzata del nuovo corso, a farci in qualche modo le spese è stato l'ebraismo. Perché l'opposizione tra giustizia e amore, in cui Francesco rappresenta l'amore richiamandosi al messaggio originale di Gesù contro le incrostazioni dottrinali e di apparato, diventa il segno della rivoluzione cristiana permanente. Contro chi? Semplice, contro il Dio degli ebrei, dell'Antico Testamento, quello severo e vendicativo. Nessun teologo serio dei nostri giorni - a cominciare dai due papi di oggi - prenderebbe sul serio questa antica opposizione, che fu una delle bandiere dell'antigiudaismo cristiano per secoli. Questa dottrina ha un nome preciso, marcionismo, dall'eretico Marcione che ne fece uno dei cardini del suo insegnamento. Marcione fu condannato dalla Chiesa, ma l'opposizione da lui drammatizzata tra due divinità fu recepita e trasmessa dalla Chiesa, che solo da pochi decenni se ne distacca ufficialmente, riconoscendola non solo come errore, ma anche come strumento illecito di predicazione di antagonismo e di odio. 


Il Dio della Bibbia ebraica (per non parlare di quello della tradizione rabbinica) è giustizia e amore, come possono attestare numerose fonti che non c'è spazio qui per citare. È il Dio misericordioso (Es. 34: 6) che perdona chi non ha obbedito alla sua legge. Nulla avrebbe senso nell'ebraismo senza il perdono. E l'esortazione "ama il tuo prossimo come te stesso" è anche evangelica ma viene dalla legge mosaica, Levitico 19: 18. Che poi Gesù di Nazareth sia solo amore e non giustizia, in una melensa rappresentazione di comodo buonismo imperante, è tutto da dimostrare. Ribadire questi concetti in questa sede sembrerebbe fuori luogo e senza senso, ma è proprio in questa sede che le vecchie teorie, banale luogo comune, sono state rispolverate e riproposte per spiegare l'essenza della rivoluzione di Francesco. Che evidentemente non in questo consiste. Ed è paradossale che proprio mentre si cerca di cogliere il buono di una novità, ad incarnare il vecchio e il negativo ci sia l'ebraismo, che invece dovrebbe essere, per la ricchezza della sua tradizione, un compagno ideale dei nuovi percorsi.

domenica 2 marzo 2014

DIO ESISTE? L'inevitabile "interrogarsi senza limiti" di Camillo Ruini

Il 5 ottobre 2012, su Avvenire viene pubblicato un articolo di Lorenzo Rosoli sulla presentazione del libro Intervista su Dio, un libro il cui fulcro è la domanda: "Dio esiste?", alla quale Ruini, l'autore, risponde con lucido acume e linguaggio accessibile (non so se a tutti). Qui di seguito posto l'articolo.
 
Inutile, irrilevante, lontano… Ruini sfata le banalità su Dio
Quanti luoghi comuni su Dio. Quanti stereotipi sulla fede, sul rapporto tra fede, ragione, libertà, sulle dinamiche dell’espe­rienza credente, nella cultura e nella mentalità oggi preva­lenti. Fino a convincere molti che la «questione di Dio» sia ir­rilevante, o inutile, o irrisolvibile. Ma a perderci, così, è il caso serio della nostra umanità, tanto assetata di senso, pienezza, felicità. Vita. Ecco perché un libro come l’ Intervista su Dio ( Mondadori), scritto dal cardinale Camillo Ruini dialogando con il giornalista di Avvenire An­drea Galli, è un dono prezioso. «Offerto a tutti: in particolare a quan­ti vorrebbero credere ma non riesce a fare quel passo libero e impe­gnativo che la fede sempre richiede; e a quanti invece credono ma hanno una fede ancora un po’ ‘bambina’, che fatica a misurarsi con le grandi questioni della vita, della società, della scienza di oggi», af­ferma Ruini, al termine dell’incontro svoltosi ieri sera nell’aula ma­gna dell’Università Cattolica di Milano. Al tavolo dei relatori, con lui, i filosofi Giovanni Reale e Silvano Petrosi­no e l’arcivescovo di Milano Angelo Scola, moderati da Armando Tor­no del Corriere della Sera; il saluto iniziale spet­ta al prorettore Franco Anelli. «Le parole del­la fede, il cammino della ragione», recita il sot­totitolo del libro, «strumento prezioso per l’An­no della fede», annota il prorettore. L’orizzon­te dell’itinerario verso Dio esplorato da Ruini, sottolinea Anelli, è quello della Fides et Ratio di Giovanni Paolo II, dove «fede e ragione so­no come due ali con le quali lo spirito umano si alza verso la contemplazione della verità».
Ferruccio Parazzoli porta il saluto dell’editore e sottolinea: «Il successo del libro, tre ristampe in 10 giorni, conferma l’attenzione del pubblico verso i temi religiosi». Qui, in particolare, l’intento è «presentare le motivazioni razionali della fe­de in Dio», si legge nelle prime pagine. Reale gioca subito a carte sco­perte: «Il libro mi è piaciuto molto, per me è il migliore di Ruini», scan­disce. Poi ne passa in rassegna alcuni punti-chiave. Come l’analisi del rapporto sorgivo tra cristianesimo e antropocentrismo: senza il primo non ci sarebbe stato il secondo. Mentre quando l’antropocentrismo si contrappone al teocentrismo, si fa «umanesimo esclusivo», secondo la definizione di Charles Taylor, l’umano si perde nel relativismo e nel ni­chilismo. No a un cristianesimo ridotto a sentimento religioso; no allo smarrimento dell’identità cristiana, senza la quale è impossibile la re­lazione e il dialogo con l’altro: Reale rilancia questi messaggi di Ruini, prima di dirsi conquistato e commosso dai passi dedicati all’«essenza del cristianesimo», al Regno di Dio, alla preghiera. Petrosino, docente di filosofia della comunicazione in Cattolica, entra nell’analisi delle «te­si centrali» del libro. A partire dal riconoscimento dell’«apertura illimi­tata del nostro interrogarsi e del nostro desiderare», per cui l’approdo a Dio non è la risposta consolatoria a un fallimento dell’umano, o l’esito di un’alienazione: è il dinamismo stesso della nostra ragione e del no­stro desiderio che legittima la questione di Dio, che apre all’incontro con Dio. Tutto questo, sottolinea Petrosino, in una dimensione di libertà, di scelta personale. Altro che religione versus libertà o fede versus ragione.
«Ciò che di Dio si può conoscere è loro ma­nifesto; Dio stesso lo ha manifestato loro»: muove dalla lettera ai Romani il cardinal Sco­la, per sottolineare come «a tutti» sia data la possibilità di conoscere razionalmente Dio a partire dalle realtà create. «Il riconoscimen­to di Dio comporta l’affermazione dell’uo­mo », scandisce Scola. Ed ecco Ruini intrec­ciare un dialogo tra scienza, filosofia, teolo­gia, antropologia. Rinnovando la lezione di Tommaso d’Aquino, alla scuola di Lonergan. Per mostrare come la domanda religiosa sia il cul­mine dell’avventura del pensiero umano, come l’apertura alla «que­stione Dio» sgorga dal «dinamismo intrinseco dell’intelligenza». Scola cita infine De Lubac: «Esiste qualcosa, dunque Dio esiste». È questo il percorso di Ruini, la sfida raccolta nel libro.
Infine l’ex presidente della Cei riprende un tema che gli sta molto a cuore: la sfida posta oggi dall’«umanesimo esclusivo». Ser­ve un ponte verso gli uomini di scienza, «che prima d’essere scien­ziati sono uomini – dice Ruini –. I grandi progressi della fisica come della biologia, spingono l’uomo a riconoscere che la scienza non è il tutto». E che c’è un Altro che chiama la nostra libertà, chieden­doci di unire «fede in Dio e amore per il prossimo».