I dialogatori

I dialogatori

venerdì 7 marzo 2014

Giustizia e Misericordia per il rabbino Di Segni

Di fronte alle spericolate interpretazioni del "non credente" Scalfari ecco una garbata e ferma confutazione utile anche a ricordare il legame indissolubile fra Antico e Nuovo Testamento.
Da la Repubblica di oggi.

"La legge mosaica e la rivoluzione di papa Francesco. Un dialogo tra il capo della sinagoga di Roma e il fondatore di "Repubblica" 




Capita sempre più spesso di incontrare delegazioni ebraiche da tutto il mondo che vengono a Roma per incontrare il papa. C'è una tale presenza di visitatori ebrei in Vaticano che qualche volta penso ironicamente che bisognerebbe anche lì aprire una sinagoga. È anche questo un segno del nuovo clima creato da papa Francesco. Non che prima non ci fossero visite e dialogo con gli ebrei; ma ora si aggiungono altri dati: l'esperienza personale di Bergoglio come amico e collaboratore di alcuni rabbini argentini, il suo carattere e un approccio dottrinale che sembra più aperto. È ancora presto per dire dove questo porterà, ma c'è da parte ebraica ottimismo sul piano teologico, mentre su quello politico (i rapporti con Israele) è tutto da vedere. In generale le aperture di Francesco, il messaggio pastorale e umano, la carica personale di simpatia e modestia, la volontà riformatrice di strutture considerate invecchiate hanno suscitato approvazione anche entusiastica nel mondo dei fedeli cattolici e fuori da questo. Le chiese si riempiono e i cosiddetti "non credenti" osservano ammirati. Per un osservatore esterno, come può essere un ebreo, sarebbe inopportuno commentare questi fatti occupandosi di affari interni della Chiesa, se nonper quanto riguarda i suoi rapporti con l'ebraismo; ma la rivoluzione di Francesco non si limita al suo mondo, propone questioni universali che investono altre realtà e per questo merita attenzione. 

Un esempio importante di questo impatto è il dialogo che si è sviluppato nelle pagine di Repubblica tra il papa e Eugenio Scalfari al quale sono stati dedicati ripetuti e lunghi articoli. Scalfari è affascinato dalla disponibilità dialogica di Francesco, ne espone e commenta le posizioni che considera eccezionali ed innovative, in particolare sul tema del peccato. Per chi legge dall'esterno questa discussione, a parte le perplessità su una corretta interpretazione  -  espresse anche da portavoce vaticani  -  rimane qualche dubbio sull'essenza del problema. Sull'immagine proposta di una Chiesa povera, sulla volontà del papa di lotta alla corruzione, sul suo richiamo all'onestà non ci sono dubbi. Ma cosa c'è di sostanza nella sua apertura al tema del peccato? Perché, per fare degli esempi, un conto è dire che c'è accoglienza per i divorziati, un altro riconoscere il divorzio; un conto è esaltare il ruolo della donna, un altro ammetterla al sacerdozio; un conto è essere comprensivi dell'omosessualità, un altro riconoscere legalmente le unioni. Sono problemi del mondo cattolico, ma anche il mondo ebraico ha i suoi analoghi problemi conflittuali con le durezze del sistema. Certamente l'approccio comprensivo e l'atteggiamento di apertura diminuiscono le tensioni e sveleniscono l'atmosfera ma non risolvono i problemi dottrinali alla radice. 

La tradizione ebraica fornisce uno schema interpretativo forte e seducente per questo tipo di tensioni. Cominciando dal piano divino, si ammette che esistano due qualità o attributi contrapposti: da una parte la giustizia, la severità e il rigore, dall'altra l'amore e la misericordia. Il primo progetto creativo del mondo, dicono i rabbini, era basato sulla giustizia, ma vedendo che il mondo non avrebbe potuto resistere, il Creatore optò per il piano "b", quello della misericordia unita alla giustizia. Per gli esseri umani, per le loro strutture organizzate, per i loro leader, vale la stessa contrapposizione. Con una precisa consapevolezza: che nessuna delle due qualità regge da sola, non c'è giustizia senza misericordia, non c'è misericordia senza giustizia. Guardando alle vicende vaticane recenti e al loro impatto universale verrebbe la tentazione di applicare queste due categorie ai due pontefici coesistenti; il primo sembra abbia incarnato l'anima dottrinale e il secondo quella dell'amore. Ma si tratta di una lettura superficiale e rischiosa, ingiusta e limitativa per i due protagonisti. Il fatto è che nel fenomeno religioso, così come viene vissuto nella nostra epoca, le grandi masse cercano prima di tutto accoglienza, inclusione, protezione e comprensione, mentre la fede e la dottrina vengono dopo. 

La personalità di Francesco risponde alla richiesta e richiama le folle, ma sarebbe fuorviante pensare che dietro al suo amore non vi sia la giustizia e la dottrina. È per questo che gli entusiasmi di credenti e "non credenti" andrebbero un po' smorzati. Per inciso, sarebbe meglio evitare l'espressione "non credenti" senza specificare in che cosa non si crede; altrimenti il parametro della fede diventa la verità cattolica e chi non l'accetta viene inserito in un grigio limbo, quali che siano le sue convinzioni filosofiche o religiose. In questa opposizione di simboli o sistemi e nella rappresentazione idealizzata e schematizzata del nuovo corso, a farci in qualche modo le spese è stato l'ebraismo. Perché l'opposizione tra giustizia e amore, in cui Francesco rappresenta l'amore richiamandosi al messaggio originale di Gesù contro le incrostazioni dottrinali e di apparato, diventa il segno della rivoluzione cristiana permanente. Contro chi? Semplice, contro il Dio degli ebrei, dell'Antico Testamento, quello severo e vendicativo. Nessun teologo serio dei nostri giorni - a cominciare dai due papi di oggi - prenderebbe sul serio questa antica opposizione, che fu una delle bandiere dell'antigiudaismo cristiano per secoli. Questa dottrina ha un nome preciso, marcionismo, dall'eretico Marcione che ne fece uno dei cardini del suo insegnamento. Marcione fu condannato dalla Chiesa, ma l'opposizione da lui drammatizzata tra due divinità fu recepita e trasmessa dalla Chiesa, che solo da pochi decenni se ne distacca ufficialmente, riconoscendola non solo come errore, ma anche come strumento illecito di predicazione di antagonismo e di odio. 


Il Dio della Bibbia ebraica (per non parlare di quello della tradizione rabbinica) è giustizia e amore, come possono attestare numerose fonti che non c'è spazio qui per citare. È il Dio misericordioso (Es. 34: 6) che perdona chi non ha obbedito alla sua legge. Nulla avrebbe senso nell'ebraismo senza il perdono. E l'esortazione "ama il tuo prossimo come te stesso" è anche evangelica ma viene dalla legge mosaica, Levitico 19: 18. Che poi Gesù di Nazareth sia solo amore e non giustizia, in una melensa rappresentazione di comodo buonismo imperante, è tutto da dimostrare. Ribadire questi concetti in questa sede sembrerebbe fuori luogo e senza senso, ma è proprio in questa sede che le vecchie teorie, banale luogo comune, sono state rispolverate e riproposte per spiegare l'essenza della rivoluzione di Francesco. Che evidentemente non in questo consiste. Ed è paradossale che proprio mentre si cerca di cogliere il buono di una novità, ad incarnare il vecchio e il negativo ci sia l'ebraismo, che invece dovrebbe essere, per la ricchezza della sua tradizione, un compagno ideale dei nuovi percorsi.

domenica 2 marzo 2014

DIO ESISTE? L'inevitabile "interrogarsi senza limiti" di Camillo Ruini

Il 5 ottobre 2012, su Avvenire viene pubblicato un articolo di Lorenzo Rosoli sulla presentazione del libro Intervista su Dio, un libro il cui fulcro è la domanda: "Dio esiste?", alla quale Ruini, l'autore, risponde con lucido acume e linguaggio accessibile (non so se a tutti). Qui di seguito posto l'articolo.
 
Inutile, irrilevante, lontano… Ruini sfata le banalità su Dio
Quanti luoghi comuni su Dio. Quanti stereotipi sulla fede, sul rapporto tra fede, ragione, libertà, sulle dinamiche dell’espe­rienza credente, nella cultura e nella mentalità oggi preva­lenti. Fino a convincere molti che la «questione di Dio» sia ir­rilevante, o inutile, o irrisolvibile. Ma a perderci, così, è il caso serio della nostra umanità, tanto assetata di senso, pienezza, felicità. Vita. Ecco perché un libro come l’ Intervista su Dio ( Mondadori), scritto dal cardinale Camillo Ruini dialogando con il giornalista di Avvenire An­drea Galli, è un dono prezioso. «Offerto a tutti: in particolare a quan­ti vorrebbero credere ma non riesce a fare quel passo libero e impe­gnativo che la fede sempre richiede; e a quanti invece credono ma hanno una fede ancora un po’ ‘bambina’, che fatica a misurarsi con le grandi questioni della vita, della società, della scienza di oggi», af­ferma Ruini, al termine dell’incontro svoltosi ieri sera nell’aula ma­gna dell’Università Cattolica di Milano. Al tavolo dei relatori, con lui, i filosofi Giovanni Reale e Silvano Petrosi­no e l’arcivescovo di Milano Angelo Scola, moderati da Armando Tor­no del Corriere della Sera; il saluto iniziale spet­ta al prorettore Franco Anelli. «Le parole del­la fede, il cammino della ragione», recita il sot­totitolo del libro, «strumento prezioso per l’An­no della fede», annota il prorettore. L’orizzon­te dell’itinerario verso Dio esplorato da Ruini, sottolinea Anelli, è quello della Fides et Ratio di Giovanni Paolo II, dove «fede e ragione so­no come due ali con le quali lo spirito umano si alza verso la contemplazione della verità».
Ferruccio Parazzoli porta il saluto dell’editore e sottolinea: «Il successo del libro, tre ristampe in 10 giorni, conferma l’attenzione del pubblico verso i temi religiosi». Qui, in particolare, l’intento è «presentare le motivazioni razionali della fe­de in Dio», si legge nelle prime pagine. Reale gioca subito a carte sco­perte: «Il libro mi è piaciuto molto, per me è il migliore di Ruini», scan­disce. Poi ne passa in rassegna alcuni punti-chiave. Come l’analisi del rapporto sorgivo tra cristianesimo e antropocentrismo: senza il primo non ci sarebbe stato il secondo. Mentre quando l’antropocentrismo si contrappone al teocentrismo, si fa «umanesimo esclusivo», secondo la definizione di Charles Taylor, l’umano si perde nel relativismo e nel ni­chilismo. No a un cristianesimo ridotto a sentimento religioso; no allo smarrimento dell’identità cristiana, senza la quale è impossibile la re­lazione e il dialogo con l’altro: Reale rilancia questi messaggi di Ruini, prima di dirsi conquistato e commosso dai passi dedicati all’«essenza del cristianesimo», al Regno di Dio, alla preghiera. Petrosino, docente di filosofia della comunicazione in Cattolica, entra nell’analisi delle «te­si centrali» del libro. A partire dal riconoscimento dell’«apertura illimi­tata del nostro interrogarsi e del nostro desiderare», per cui l’approdo a Dio non è la risposta consolatoria a un fallimento dell’umano, o l’esito di un’alienazione: è il dinamismo stesso della nostra ragione e del no­stro desiderio che legittima la questione di Dio, che apre all’incontro con Dio. Tutto questo, sottolinea Petrosino, in una dimensione di libertà, di scelta personale. Altro che religione versus libertà o fede versus ragione.
«Ciò che di Dio si può conoscere è loro ma­nifesto; Dio stesso lo ha manifestato loro»: muove dalla lettera ai Romani il cardinal Sco­la, per sottolineare come «a tutti» sia data la possibilità di conoscere razionalmente Dio a partire dalle realtà create. «Il riconoscimen­to di Dio comporta l’affermazione dell’uo­mo », scandisce Scola. Ed ecco Ruini intrec­ciare un dialogo tra scienza, filosofia, teolo­gia, antropologia. Rinnovando la lezione di Tommaso d’Aquino, alla scuola di Lonergan. Per mostrare come la domanda religiosa sia il cul­mine dell’avventura del pensiero umano, come l’apertura alla «que­stione Dio» sgorga dal «dinamismo intrinseco dell’intelligenza». Scola cita infine De Lubac: «Esiste qualcosa, dunque Dio esiste». È questo il percorso di Ruini, la sfida raccolta nel libro.
Infine l’ex presidente della Cei riprende un tema che gli sta molto a cuore: la sfida posta oggi dall’«umanesimo esclusivo». Ser­ve un ponte verso gli uomini di scienza, «che prima d’essere scien­ziati sono uomini – dice Ruini –. I grandi progressi della fisica come della biologia, spingono l’uomo a riconoscere che la scienza non è il tutto». E che c’è un Altro che chiama la nostra libertà, chieden­doci di unire «fede in Dio e amore per il prossimo».

giovedì 13 febbraio 2014

A caldo alcune frasi della serata "con Stm"

Il mons Zuppi (er mitico don Matteo de Trastevere):

- È veramente laico chi ama il Vangelo

- Per essere laico uno ce deve crede...

Il prof D'Agostino:

- Il laico difende la verità perchè è in grado di contemplarla, il fondamentalista si costruisce dei paradigmi mentali e con questi forza la verità

- I diritti non sono tali perchè qualcuno li ha scritti in una Costituzione

- L'espressione 'cattolico adulto' mi appare equivoca e irritante. (..) la percepisco come sottilmente discriminante (...) è una qualifica che un soggetto si autoattribuisce con una buona dose di narcisismo.

- Nessuno può credere 'da solo', la voce della coscienza non può essere assunta in chiave solipsistica..


Quanto condividiamo queste affermazioni?

E quanto sono digeribili dai nostri amici "non credenti"?

lunedì 10 febbraio 2014

Un esempio di "dialogo" difficile



Stando a letto con l'influenza, si trova il tempo di approfondire alcune notizie. Ho letto il recente documento del "Comitato sui diritti dei bambini" dell'ONU.

Contrariamente a quanto evidenziato dai principali media, il rapporto non tratta prioritariamente del problema della pedofilia, ma esprime critiche e "raccomandazioni" su temi quali la differenza sessuale, l'educazione dei bambini, l'atteggiamento verso le gravidanze precoci, la salute sessuale e altro.

Il tono usato sembra del tipo: "piantatela di credere in quello che credete, si deve fare come diciamo noi".

Se volevano far capire che non sono d'accordo, ci sono riusciti. Non mi sembra però che sono "disposti a lottare affinché chi non la pensa come loro possa continuare ad esprimere le proprie idee".

Non è un approccio al dialogo che Voltaire apprezzerebbe.....

Il rapporto "Concluding observations on the second periodic report of the Holy See" si trova quì:

http://tbinternet.ohchr.org/Treaties/CRC/Shared%20Documents/VAT/CRC_C_VAT_CO_2_16302_E.pdf



Riporto alcuni dei punti più critici  (i titoli in grassetto sono miei)


I cristiani non devono più credere nella "complementarità e uguaglianza in dignità" fra uomo e donna

27. il Comitato si rammarica che la Santa Sede continua a porre l'accento sulla promozione della complementarità e l'uguaglianza in dignità, due concetti che differiscono da uguaglianza nel diritto e nella pratica di cui all'articolo 2 della Convenzione e sono spesso utilizzati per giustificare una normativa e delle politiche discriminatorie.

27. With reference to its previous concern on gender-based discrimination (CRC/C/15/Add.46, para. 8), the Committee regrets that the Holy See continues to place emphasis on the promotion of complementarity and equality in dignity, two concepts which differ from equality in law and practice provided for in article 2 of the Convention and are often used to justify discriminatory legislation and policies.


Bisogna promuovere l'indifferenza di genere e purgare il libri di testo

Il Comitato si rammarica inoltre che la Santa Sede non ha fornito informazioni precise sulle misure adottate per promuovere la parità tra ragazze e ragazzi e per eliminare gli stereotipi di genere dalle scuole cattoliche

The Committee also regrets that the Holy See did not provide precise information on the measures taken to promote equality between girls and boys and to remove gender stereotypes from Catholic schools textbooks as requested by the Committee in 1995.

Il Comitato invita inoltre la Santa Sede a prendere misure attive per eliminare dalle scuole libri di testo cattoliche stereotipi di genere che possono limitare lo sviluppo dei talenti e delle capacità dei ragazzi e ragazze e minare la loro opportunità di istruzione e di vita.

The Committee also urges the Holy See to take active measures to remove from Catholic schools textbooks all gender stereotyping which may limit the development of the talents and abilities of boys and girls and undermine their educational and life opportunities.


Nella chiesa cattolica i bambini non sono liberi

31. Il Comitato è preoccupato per il fatto che la Santa Sede interpreti in modo restrittivo il diritto dei bambini di esprimere le proprie opinioni su tutte le questioni che li riguardano, nonché i loro diritti alla libertà di espressione, associazione e religione

31. The Committee is concerned that the Holy See restrictively interprets children’s right to express their views in all matters affecting them, as well as their rights to freedom of expression, association and religion.


Abolire la pratica dell'abbandono anonimo dei neonati

35. il Comitato è preoccupato per la continua pratica dell'abbandono anonimo di bambini organizzati da organizzazioni cattoliche in diversi paesi attraverso l'uso delle cosiddette "baby boxes".

35. the Committee is concerned about the continued practice of anonymous abandonment of babies organized by Catholic organizations in several countries through the use of the so-called “baby boxes”.


E promuovere le pratiche "alternative" 

36. il Comitato esorta vivamente la Santa Sede a collaborare in studi per determinare le cause alla radice della pratica di abbandono anonima dei bambini e sollecitamente rafforzare e promuovere alternative (...) Il Comitato invita anche la Santa Sede per contribuire ad affrontare l'abbandono dei bambini, fornendo la pianificazione familiare, la salute riproduttiva nonché un'adeguata consulenza e sostegno sociale

36. the Committee strongly urges the Holy See to cooperate in studies to determine the root causes of the practice of anonymous abandonment of babies and expeditiously strengthen and promote alternatives, (..) The Committee also urges the Holy See to contribute to addressing the abandonment of babies by providing family planning, reproductive health, as well as adequate counselling and social support


Il Comitato ha stabilito in che modo si fa l'educazione sessuale e la Santa Sede deve obbligatoriamente adeguare i programmi delle scuole cattoliche

56. Il Comitato è seriamente preoccupato per le conseguenze negative della posizione e le pratiche della Santa Sede di negare l'accesso degli adolescenti alla contraccezione, nonché alla salute e alla informazione sessuale e riproduttiva.

56. The Committee is seriously concerned about the negative consequences of the Holy See’s position and practices of denying adolescents’ access to contraception, as well as to sexual and reproductive health and information.

la Santa Sede dovrebbe garantire che l'educazione alla salute sessuale e riproduttiva e la prevenzione dell'HIV / AIDS sia parte del curriculum obbligatorio di scuole cattoliche e destinati a ragazze adolescenti e ragazzi, con particolare attenzione alla prevenzione della gravidanza e le malattie sessualmente trasmissibili;

 the Holy See should ensure that sexual and reproductive health education and prevention of HIV/AIDS is part of the mandatory curriculum of Catholic schools and targeted at adolescent girls and boys, with special attention to preventing early pregnancy and sexually transmitted infections;



Bisogna ricongiungere i bambini ai loro genitori "biologici" (N.d.R.: non si trova da nessuna parte l'apprezzamento della posizione della Santa Sede contraria alla fecondazione eterologa e agli uteri in affitto)

59. The Committee urges the Holy See to open an internal investigation into all cases of removal of babies from their mothers and fully cooperate with relevant national law enforcement authorities in holding those responsible accountable. The Committee also urges the Holy See to ensure that the Catholic religious congregations involved fully disclose all the information they have on the whereabouts of these children in order for them, where possible, to be reunited with their biological mothers and to take all necessary measures to prevent the occurrence of similar practices in the future.


mercoledì 5 febbraio 2014

Messaggio del Papa per la Quaresima 2014

“Cari fratelli e sorelle, in occasione della Quaresima, vi offro alcune riflessioni, perché possano servire al cammino personale e comunitario di conversione. Prendo lo spunto dall’espressione di san Paolo: «Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2 Cor 8,9). L’Apostolo si rivolge ai cristiani di Corinto per incoraggiarli ad essere generosi nell’aiutare i fedeli di Gerusalemme che si trovano nel bisogno. Che cosa dicono a noi, cristiani di oggi, queste parole di san Paolo? Che cosa dice oggi a noi l’invito alla povertà, a una vita povera in senso evangelico? La grazia di Cristo Anzitutto ci dicono qual è lo stile di Dio. Dio non si rivela con i mezzi della potenza e della ricchezza del mondo, ma con quelli della debolezza e della povertà: «Da ricco che era, si è fatto povero per voi…». Cristo, il Figlio eterno di Dio, uguale in potenza e gloria con il Padre, si è fatto povero; è sceso in mezzo a noi, si è fatto vicino ad ognuno di noi; si è spogliato, “svuotato”, per rendersi in tutto simile a noi (cfr Fil 2,7; Eb 4,15). È un grande mistero l’incarnazione di Dio! Ma la ragione di tutto questo è l’amore divino, un amore che è grazia, generosità, desiderio di prossimità, e non esita a donarsi e sacrificarsi per le creature amate. La carità, l’amore è condividere in tutto la sorte dell’amato. L’amore rende simili, crea uguaglianza, abbatte i muri e le distanze. E Dio ha fatto questo con noi. Gesù, infatti, «ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con intelligenza d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo. Nascendo da Maria Vergine, egli si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché nel peccato» (Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 22). Lo scopo del farsi povero di Gesù non è la povertà in se stessa, ma – dice san Paolo – ‘…perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà’. Non si tratta di un gioco di parole, di un’espressione ad effetto! E’ invece una sintesi della logica di Dio, la logica dell’amore, la logica dell’Incarnazione e della Croce. Dio non ha fatto cadere su di noi la salvezza dall’alto, come l’elemosina di chi dà parte del proprio superfluo con pietismo filantropico. Non è questo l’amore di Cristo! Quando Gesù scende nelle acque del Giordano e si fa battezzare da Giovanni il Battista, non lo fa perché ha bisogno di penitenza, di conversione; lo fa per mettersi in mezzo alla gente, bisognosa di perdono, in mezzo a noi peccatori, e caricarsi del peso dei nostri peccati. E’ questa la via che ha scelto per consolarci, salvarci, liberarci dalla nostra miseria. Ci colpisce che l’Apostolo dica che siamo stati liberati non per mezzo della ricchezza di Cristo, ma per mezzo della sua povertà. Eppure san Paolo conosce bene le ‘impenetrabili ricchezze di Cristo’ (Ef 3,8), ‘erede di tutte le cose’ (Eb 1,2). Che cos’è allora questa povertà con cui Gesù ci libera e ci rende ricchi? È proprio il suo modo di amarci, il suo farsi prossimo a noi come il Buon Samaritano che si avvicina a quell’uomo lasciato mezzo morto sul ciglio della strada (cfr Lc 10,25ss). Ciò che ci dà vera libertà, vera salvezza e vera felicità è il suo amore di compassione, di tenerezza e di condivisione. La povertà di Cristo che ci arricchisce è il suo farsi carne, il suo prendere su di sé le nostre debolezze, i nostri peccati, comunicandoci la misericordia infinita di Dio. La povertà di Cristo è la più grande ricchezza: Gesù è ricco della sua sconfinata fiducia in Dio Padre, dell’affidarsi a Lui in ogni momento, cercando sempre e solo la sua volontà e la sua gloria. È ricco come lo è un bambino che si sente amato e ama i suoi genitori e non dubita un istante del loro amore e della loro tenerezza. La ricchezza di Gesù è il suo essere il Figlio, la sua relazione unica con il Padre è la prerogativa sovrana di questo Messia povero. Quando Gesù ci invita a prendere su di noi il suo “giogo soave”, ci invita ad arricchirci di questa sua “ricca povertà” e “povera ricchezza”, a condividere con Lui il suo Spirito filiale e fraterno, a diventare figli nel Figlio, fratelli nel Fratello Primogenito (cfr Rm 8,29). È stato detto che la sola vera tristezza è non essere santi (L. Bloy); potremmo anche dire che vi è una sola vera miseria: non vivere da figli di Dio e da fratelli di Cristo. La nostra testimonianza Potremmo pensare che questa “via” della povertà sia stata quella di Gesù, mentre noi, che veniamo dopo di Lui, possiamo salvare il mondo con adeguati mezzi umani. Non è così. In ogni epoca e in ogni luogo, Dio continua a salvare gli uomini e il mondo mediante la povertà di Cristo, il quale si fa povero nei Sacramenti, nella Parola e nella sua Chiesa, che è un popolo di poveri. La ricchezza di Dio non può passare attraverso la nostra ricchezza, ma sempre e soltanto attraverso la nostra povertà, personale e comunitaria, animata dallo Spirito di Cristo. Ad imitazione del nostro Maestro, noi cristiani siamo chiamati a guardare le miserie dei fratelli, a toccarle, a farcene carico e a operare concretamente per alleviarle. La miseria non coincide con la povertà; la miseria è la povertà senza fiducia, senza solidarietà, senza speranza. Possiamo distinguere tre tipi di miseria: la miseria materiale, la miseria morale e la miseria spirituale. La miseria materiale è quella che comunemente viene chiamata povertà e tocca quanti vivono in una condizione non degna della persona umana: privati dei diritti fondamentali e dei beni di prima necessità quali il cibo, l’acqua, le condizioni igieniche, il lavoro, la possibilità di sviluppo e di crescita culturale. Di fronte a questa miseria la Chiesa offre il suo servizio, la sua diakonia, per andare incontro ai bisogni e guarire queste piaghe che deturpano il volto dell’umanità. Nei poveri e negli ultimi noi vediamo il volto di Cristo; amando e aiutando i poveri amiamo e serviamo Cristo. Il nostro impegno si orienta anche a fare in modo che cessino nel mondo le violazioni della dignità umana, le discriminazioni e i soprusi, che, in tanti casi, sono all’origine della miseria. Quando il potere, il lusso e il denaro diventano idoli, si antepongono questi all’esigenza di una equa distribuzione delle ricchezze. Pertanto, è necessario che le coscienze si convertano alla giustizia, all’uguaglianza, alla sobrietà e alla condivisione. Non meno preoccupante è la miseria morale, che consiste nel diventare schiavi del vizio e del peccato. Quante famiglie sono nell’angoscia perché qualcuno dei membri – spesso giovane – è soggiogato dall’alcol, dalla droga, dal gioco, dalla pornografia! Quante persone hanno smarrito il senso della vita, sono prive di prospettive sul futuro e hanno perso la speranza! E quante persone sono costrette a questa miseria da condizioni sociali ingiuste, dalla mancanza di lavoro che le priva della dignità che dà il portare il pane a casa, per la mancanza di uguaglianza rispetto ai diritti all’educazione e alla salute. In questi casi la miseria morale può ben chiamarsi suicidio incipiente. Questa forma di miseria, che è anche causa di rovina economica, si collega sempre alla miseria spirituale, che ci colpisce quando ci allontaniamo da Dio e rifiutiamo il suo amore. Se riteniamo di non aver bisogno di Dio, che in Cristo ci tende la mano, perché pensiamo di bastare a noi stessi, ci incamminiamo su una via di fallimento. Dio è l’unico che veramente salva e libera. Il Vangelo è il vero antidoto contro la miseria spirituale: il cristiano è chiamato a portare in ogni ambiente l’annuncio liberante che esiste il perdono del male commesso, che Dio è più grande del nostro peccato e ci ama gratuitamente, sempre, e che siamo fatti per la comunione e per la vita eterna. Il Signore ci invita ad essere annunciatori gioiosi di questo messaggio di misericordia e di speranza! È bello sperimentare la gioia di diffondere questa buona notizia, di condividere il tesoro a noi affidato, per consolare i cuori affranti e dare speranza a tanti fratelli e sorelle avvolti dal buio. Si tratta di seguire e imitare Gesù, che è andato verso i poveri e i peccatori come il pastore verso la pecora perduta, e ci è andato pieno d’amore. Uniti a Lui possiamo aprire con coraggio nuove strade di evangelizzazione e promozione umana. Cari fratelli e sorelle, questo tempo di Quaresima trovi la Chiesa intera disposta e sollecita nel testimoniare a quanti vivono nella miseria materiale, morale e spirituale il messaggio evangelico, che si riassume nell’annuncio dell’amore del Padre misericordioso, pronto ad abbracciare in Cristo ogni persona. Potremo farlo nella misura in cui saremo conformati a Cristo, che si è fatto povero e ci ha arricchiti con la sua povertà. La Quaresima è un tempo adatto per la spogliazione; e ci farà bene domandarci di quali cose possiamo privarci al fine di aiutare e arricchire altri con la nostra povertà. Non dimentichiamo che la vera povertà duole: non sarebbe valida una spogliazione senza questa dimensione penitenziale. Diffido dell’elemosina che non costa e che non duole. Lo Spirito Santo, grazie al quale ‘[siamo] come poveri, ma capaci di arricchire molti; come gente che non ha nulla e invece possediamo tutto’ (2 Cor 6,10), sostenga questi nostri propositi e rafforzi in noi l’attenzione e la responsabilità verso la miseria umana, per diventare misericordiosi e operatori di misericordia. Con questo auspicio, assicuro la mia preghiera affinché ogni credente e ogni comunità ecclesiale percorra con frutto l’itinerario quaresimale, e vi chiedo di pregare per me. Che il Signore vi benedica e la Madonna vi custodisca”.

domenica 2 febbraio 2014

luce per illuminare le genti, commento al vangelo di oggi

Meditazione del giorno
Beato Guerrico d'Igny (ca 1080-1157), abate cistercense
1a omelia per la Purificazione, 3-5 ; SC 166, p.313s

« Luce per illuminare le genti »

Mi rallegro con te e ti benedico, o piena di grazia ; hai dato alla luce la Misericordia che è venuta su di noi. Hai preparato tu questo cero che ricevo oggi nelle mani [nella liturgia di questa festa]. Hai dato tu la cera a questa fiamma...quando, Madre senza corruzione, hai vestito di una carne senza corruzione il Verbo incorruttibile.

Fratelli, andiamo ! Oggi questo cero brucia nelle mani di Simeone. Venite a prendervi la luce, venite a accendervi i vostri ceri, voglio dire queste lampade che il Signore vuole che teniate nelle mani. « Guardate a lui e sarete raggianti » (Sal 33, 6). Non tanto per portare in mano delle fiaccole, quanto per essere voi stessi fiaccole che brillano dentro e fuori, per il bene vostro e per quello degli altri : ... Gesù accenderà la vostra fede, farà brillare il vostro esempio, vi suggerirà la parola giusta, infiammerà la vostra preghiera, purificherà la vostra intenzione...

E per te, che possiedi dentro di te tante lampade accese, quando si spegnerà la lampada di questa vita, sorgerà la luce di quella vita che non si può spegnere. Sarà per te, di sera, come il sorgere della luce di mezzogiorno. Nel momento in cui pensavi di spegnerti, sorgerai come la stella del mattino (Gb 11, 17) e le tue tenebre saranno come il sole meridiano (Is 38, 10). Il sole non sarà più la tua luce di giorno, né ti illuminerà più il chiarore della luna. Ma il Signore sarà per te luce eterna (Is 60, 19), perché la lampada della nuova Gerusalemme è l'Agnello (Ap 21, 23). A lui sia benedizione e splendore per i secoli ! Amen.

sabato 1 febbraio 2014

Le parole ed il dialogo


Era una cosa che, come sa Francesca ed altri amici, mi ronzava in testa da tempo: quanto il nostro linguaggio è infestato da espressioni di dubbio valore emotivo e concettuale?

Spesso sono retaggio di un ventennio più che disgraziato che ci ha diluviato d'immagini e modi di fare assai poco dialoganti e non meno privi di discernimento. Ecco un breve campionario per sommi capi. Ovviamente resto aperto al dialogo.

Le nuove frasi fatte
io la penso così
è la mia opinione non razzismo
Tizio sbaglia, le cose non stanno così, io lo so perché la cognata della sorella di mio nonno...
le cose non stanno così, basta leggere in rete per scoprire che...

Le frasi di deresponsabilizzazione preventiva
E che ne so?
non so che dire
dicevo per dire
era un purparlé
forse sbaglio, ma
è solo la mia opinione personale
la mia opinione vale quanto la tua
e che c'entra?
dimmelo tu!

Le frasi di blocco
non m'interessa
non mi compete
ho messo un paletto
sia ben chiaro
non è questo il punto
è ben altro...
e che mme frega
ci mancherebbe altro! (un bell'esempio d'impotenza rabbiosa, dopo aver subito di tutto e di più) 

Le pseudomanagerialfinanziarieangloidi
non ci sono i margini
ho investito tanto in quel rapporto
il manàgement
il réport
il claud