I dialogatori

I dialogatori

sabato 1 febbraio 2014

Le parole ed il dialogo


Era una cosa che, come sa Francesca ed altri amici, mi ronzava in testa da tempo: quanto il nostro linguaggio è infestato da espressioni di dubbio valore emotivo e concettuale?

Spesso sono retaggio di un ventennio più che disgraziato che ci ha diluviato d'immagini e modi di fare assai poco dialoganti e non meno privi di discernimento. Ecco un breve campionario per sommi capi. Ovviamente resto aperto al dialogo.

Le nuove frasi fatte
io la penso così
è la mia opinione non razzismo
Tizio sbaglia, le cose non stanno così, io lo so perché la cognata della sorella di mio nonno...
le cose non stanno così, basta leggere in rete per scoprire che...

Le frasi di deresponsabilizzazione preventiva
E che ne so?
non so che dire
dicevo per dire
era un purparlé
forse sbaglio, ma
è solo la mia opinione personale
la mia opinione vale quanto la tua
e che c'entra?
dimmelo tu!

Le frasi di blocco
non m'interessa
non mi compete
ho messo un paletto
sia ben chiaro
non è questo il punto
è ben altro...
e che mme frega
ci mancherebbe altro! (un bell'esempio d'impotenza rabbiosa, dopo aver subito di tutto e di più) 

Le pseudomanagerialfinanziarieangloidi
non ci sono i margini
ho investito tanto in quel rapporto
il manàgement
il réport
il claud

martedì 28 gennaio 2014

Il dialogo secondo papa Francesco nell'Evangelii Gaudium'

Il don sta leggendo l'esortazione apostolica di papa Francesco "Evangelii Gaudium" con gli universitari e ci ha suggerito di leggere almeno alcuni punti.

http://www.vatican.va/holy_father/francesco/apost_exhortations/documents/papa-francesco_esortazione-ap_20131124_evangelii-gaudium_it.html

Questi due riguardano "il dialogo":


Il dialogo tra la fede, la ragione e le scienze

242. Anche il dialogo tra scienza e fede è parte dell’azione evangelizzatrice che favorisce la pace. Lo scientismo e il positivismo si rifiutano di « ammettere come valide forme di conoscenza diverse da quelle proprie delle scienze positive ». La Chiesa propone un altro cammino, che esige una sintesi tra un uso responsabile delle metodologie proprie delle scienze empiriche e gli altri saperi come la filosofia, la teologia, e la stessa fede, che eleva l’essere umano fino al mistero che trascende la natura e l’intelligenza umana. La fede non ha paura della ragione; al contrario, la cerca e ha fiducia in essa, perché « la luce della ragione e quella della fede provengono ambedue da Dio »,e non possono contraddirsi tra loro. L’evangelizzazione è attenta ai progressi scientif ici per illuminarli con la luce della fede e della legge naturale, affinché rispettino sempre la centralità e il valore supremo della persona umana in tutte le fasi della sua esistenza. Tutta la società può venire arricchita grazie a questo dialogo che apre nuovi orizzonti al pensiero e amplia le possibilità della ragione. Anche questo è un cammino di armonia e di pacificazione. La Chiesa non pretende di arrestare il mirabile progresso delle scienze. Al contrario, si rallegra e perfino gode riconoscendo l’enorme potenziale che Dio ha dato alla mente umana. Quando il progresso delle scienze, mantenendosi con rigore accademico nel campo del loro specifico oggetto, rende evidente una determinata conclusione che la ragione non può negare, la fede non la contraddice. Tanto meno i credenti possono pretendere che un’opinione scientifica a loro gradita, e che non è stata neppure sufficientemente comprovata, acquisisca il peso di un dogma di fede. Però, in alcune occasioni, alcuni scienziati vanno oltre l’oggetto formale della loro disciplina e si sbilanciano con affermazioni o conclusioni che eccedono il campo propriamente scientifico. In tal caso, non è la ragione ciò che si propone, ma una determinata ideologia, che chiude la strada ad un dialogo autentico, pacifico e fruttuoso.

Il dialogo interreligioso

250. Un atteggiamento di apertura nella verità e nell’amore deve caratterizzare il dialogo con i credenti delle religioni non cristiane, nonostante i vari ostacoli e le difficoltà, particolarmente i fondamentalismi da ambo le parti. Questo dialogo interreligioso è una condizione necessaria per la pace nel mondo, e pertanto è un dovere per i cristiani, come per le altre comunità religiose. Questo dialogo è in primo luogo una conversazione sulla vita umana o semplicemente, come propongono i vescovi dell’India « un’atteggiamento di apertura verso di loro, condividendo le loro gioie e le loro pene ». Così impariamo ad accettare gli altri nel loro differente modo di essere, di pensare e di esprimersi. Con questo metodo, potremo assumere insieme il dovere di servire la giustizia e la pace, che dovrà diventare un criterio fondamentale di qualsiasi interscambio. Un dialogo in cui si cerchi la pace sociale e la giustizia è in sé stesso, al di là dell’aspetto meramente pragmatico, un impegno etico che crea nuove condizioni sociali. Gli sforzi intorno ad un tema specifico possono trasformarsi in un processo in cui, mediante l’ascolto dell’altro, ambo le parti trovano purificazione e arricchimento. Pertanto, anche questi sforzi possono avere il significato di amore per la verità.

lunedì 27 gennaio 2014

LIMITI E POSSIBILITÀ DELLA MENTE UMANA, LECTIO MAGISTRALIS DI NOAM CHOMSKY IN VATICANO

Da "Avvenire" di oggi un articolo sulla lectio tenuta da Chomsky in Vaticano, dopo quella tenuta al festival della Scienza.

Ottimo per la mia "fissazione" (i "Limiti della ragione umana") ma anche per quella di Francesca (le "Neuroscienze").

"[...] ci si accosta al nucleo centrale dell’idea che Chomsky ha offerto del linguaggio: la competenza linguistica, semplificando, si fonda su una conoscenza implicita innata delle regole della grammatica universale. Queste regole portano ad esempio a distinguere tra ciò che è corretto grammaticalmente da ciò che è sbagliato.

Un meccanicismo, dunque? Chomsky analizza la filosofia meccanicistica sviluppata da Cartesio secondo cui – spiega – «il mondo opera come una macchina, su principi delle leggi della meccanica, come oggi potremmo dire dei computer. Anche la lingua può essere costruita in questo modo con l’idea che tutto obbedisce a una sorta di legge meccanica». 

Le obiezioni sono tante. L’aspetto creativo pure può essere disciplinato dalle leggi della meccanica e da una macchina? Allora l’arte? E l’estro? E la follia? Bisogna considerare dunque gli aspetti che non si spiegano con la sola meccanica. È il «fantasma nella macchina» la spiegazione, come l’ha inteso anche Ryle: questa macchina, il corpo, guidata non solo dalla mente ma anche da un insieme di entità mentali dotate di un autonomo status ontologico e di potere causale sul corpo.

Chomsky analizza e critica l’empirismo inglese, riprende il dualismo mente e corpo cartesiano, passa in rassegna Newton, Hume e Locke, e nella sua colta lezione esclude spiegazioni essenzialmente meccanicistiche o fondamentalmente chimiche. Occorre a un certo punto ammetterlo: «La mente e le facoltà mentali sono prodotte da principi del cervello che ancora non comprendiamo».

A Roma, in questa seconda lezione (la sera precedente è stato ospite del Festival delle Scienze), ha proposto un «Nuovo Mistero», una dottrina misterica – la definisce – «per andare oltre una certa scientificità molto limitata e ristretta». La suggestione fa dire poi a Ravasi: «Probabilmente è anche ammettere un’esistenza di Dio benché non sia possibile ricondurla a schemi, teorie o diagrammi». Chomsky accoglie l’ipotesi: «Non possiamo spiegarci tutto con la nostra mente, ma occorre guardare ai misteri del mondo, relativizzando tutto quello che la mente vorrebbe spiegare ma non può». E così anche l’evoluzione che – sostiene – «dipende anche da mutamenti casuali che non si possono prevedere».

Sollecitato poi dalle domande del pubblico, Chomsky si sofferma sulle tecnologie e sui nuovi strumenti del comunicare: «Questi – dice – hanno portato a una maggior vivacità rispetto ai media ortodossi, ma per effetto negativo hanno provocato la tendenza a sospingere gli utenti verso una visione molto più ristretta, perché quasi automaticamente le persone sono attratte verso quei nuovi media che fanno eco alle loro stesse vedute. Se uno si informa solo sui blog le prospettive saranno molto più ristrette». Fino a che punto, gli chiedono ancora, le tecnologie possono modificare il linguaggio? «Quando la tecnologia va oltre il senso comune – spiega – ha un impatto forte e causa nuovi sistemi simbolici»."

giovedì 23 gennaio 2014

«Seguire la propria coscienza» non è una scusa per fare ciò che si vuole?

di padre Athos Turchi, docente di filosofia alla Facoltà Teologica dell'Italia Centrale. 

La coscienza è il luogo più sacro della persona. Luogo intoccabile e inaccessibile a tutti. Dio stesso lo rispetta, al punto che permette al soggetto di fare anche i mali più efferati, senza intervenire. Lì l’uomo è un assoluto, l’unico arbitro di se stesso e del suo destino. Per il fatto che Dio non intervenga significa che in un certo senso la persona ha «diritto» di decidere e fare quello che gli pare.

Questo però non vuol dire che spetta alla coscienza individuale di decidere il bene e il male, ma soltanto che la persona in quanto tale, per la sua dignità e per il suo valore, può decidere liberamente e arbitrariamente di fare quello che vuole. E quello che vuole può essere buono o cattivo.
Il bene e il male non stanno nella decisionalità, cioè nella coscienza dell’individuo, ma in ciò che fonda l’etica. L’etica è il principio in base al quale si stabilisce per l’essere umano ciò che è bene e ciò che è male. Il fondamento dell’etica abita nella intersoggettività umana: la persona umana è un esser-per-l’altro, per cui la pienezza e la perfezione dell’essere umano sta nella correlazione tra le persone. Il vero uomo, pieno è perfetto, non è dato dall’individuo, ma dal rapporto interpersonale.

La legge della correlazione è quella dell’amore. Perciò amare l’altro essere umano è il fondamento morale o relazionale delle persone. L’amore è quel rapporto naturale che lega gli esseri umani, ed esso è proprio della soggettività in quanto è un rapporto responsabile. La responsabilità è un affidamento: la persona si affida all’amore dell’altro, o per contrario l’altro è affidato all’amore mio. Questo è un ossimoro: la persona rispetto all’altra persona è obbligata ad amarla, ma nello stesso tempo lo fa in maniera libera, perché l’amore è una forma decisionale del soggetto che ama. In sintesi, il fine ultimo dell’uomo è amare l’altra persona, fare il suo bene, in quanto nel bene dell’altro è la propria perfezione. Il fine ultimo della morale, dunque, è non il bene universale, ma l’amore verso l’altro, fine, poi, che è fondato nella struttura etica della natura umana, cioè l’intersoggettività. Da qui il bene e il male ne emergono netti, assoluti, evidenti: la coscienza umana non può scegliere se non quello che è buono, cioè il bene altrui, che consiste nella pienezza di dignità umana. Bene che ovviamente si estende a ogni forma di azione e di esistenza che circonda l’essere umano.

La coscienza perciò ha l’obbligo di scegliere solo quel bene che è l’amore verso l’altro. Il problema del lettore sta nel fatto che culture, mode, interessi, paure, ecc. cambiano l’immagine di "bene", e così si diffonde l’idea che ogni individuo è libero di stabilire il bene e il male. Questo fa sentire se stessi onnipotenti, che è sempre una grande tentazione, e l’alterazione del bene etico, fa sentire la coscienza tranquilla, per es. i componenti di una banda di criminali si sentono tranquilli se uccidono almeno una o due persone al mese. Tuttavia la coscienza non può mai essere tranquilla finché nel mondo il male imperversa. E il male è un atto ben preciso: tutto ciò che è contrario alla valorizzazione e alla perfezione umana, di ogni persona e del suo mondo. Nessuno può tollerare il male anche se non ne è diretto responsabile, perciò si può dire «ho la coscienza tranquilla in quanto non partecipo a ciò che è male», ma non sono tranquillo perché il male, nonostante tutto, c’è.

Il male poi indica, per contrario, la grandezza umana, in quanto rivela nell’uomo la capacità, «in coscienza», di fare e desiderare cose che sono contrarie all’essere (si noti) in quanto tale, cioè contrarie a Dio. E questa è la libertà, la grandezza, il valore assoluto dell’uomo, valore che se venisse toccato avremmo un bruto, un animale, e non più una persona. Il male, come dice il serpente nel giardino dell’Eden, è la tentazione di diventare onnipotenti "come Dio". Questo spiega come sia difficile anche per coloro che si dicono cristiani accettare passivamente gli insegnamenti della loro stessa fede. In un mondo, come il nostro, l’obbedienza è un segno dello spirito di «pecora» e nessuno vuol apparire nella forma di questo animale, perciò non c’è fede che non sia ridotta, rivista, ritoccata a seconda della propria coscienza, ossia a seconda di ciò che per quella persona è l’interesse maggiore. Dissociarsi da quanto dice l’Autorità è per noi segno di elevatezza e di forza volitiva, e a questa immagine è difficile che qualcuno - nell’oggi - ci rinunci. Così anche nel campo cristiano i fedeli vogliono dimostrare che, nonostante la loro fede, tuttavia non sono delle pecore, ma sono capaci di flettere il contenuto della loro fede alle proprie esigenze.

Insomma non è facile far coincidere oggi una fede, un credo, qualsiasi esso sia e non solo cristiano, con l’esigenza interiore di ogni persona che ritiene di avere ogni «diritto», e questo non solo a livello sociale e soggettivo, ma anche religioso. Da qui nasce nell’animo umano quel «diritto» ad adeguare a se stessi ogni tipo di credenza, fede, o ideologia, ritenendo di averne una personale legittimità.

Costruiamo insieme significati comuni

Sono le 00.30 e ci stiamo congedando dopo un profondo e proficuo incontro del nostro gruppo credenti non credenti, con alcune riflessioni e molte proposte sul futuro.
Innanzitutto proprio a partire dall'intervista di Antonio Spadaro al Papa, che ci permette di riflettere su molti aspetti dell'essere cristiano.
"Io vedo la santità — prosegue il Papa — nel popolo di Dio pa- ziente: una donna che fa crescere i figli, un uomo che lavora per portare a casa il pane, gli ammalati, i preti anziani che hanno tante ferite ma che hanno il sorriso perché hanno servito il Signore, le suore che lavorano tanto e che vivono una santità nascosta. Questa per me è la santità comune. La santità io la associo spesso alla pazienza: non solo la pazienza come hypomoné, il farsi carico degli avvenimenti e delle circostanze della vita, ma anche come costanza nell’andare avanti, giorno per giorno", dice Papa Bergoglio.
Ci piacerebbe promuovere delle conversazioni innanzitutto nella nostra comunità per crescere insieme nel discernimento, nella capacità di leggere i segni di Dio nella nostra vita quotidiana, nella capacità di riconoscere l'opera del diavolo, principalmente quella travestita da angelo.
Poter poi costruire insieme con il quartiere un dialogo che crei significati comuni ispirati ad un nuovo umanesimo, confrontiamoci sui valori e testimoniamo Cristo con la parola e con la vita. Molti sono gli spunti su cui riflettere: il significato del tempo, la parola e le metafore come incidono sulle relazioni e sulla possibilità di pensare ad un futuro diverso, come possiamo diventare partecipi e coinvolti nella comunità e così via. Affidiamoci al vangelo per trovare altri su cui riflettere insieme ed affidiamo con generosità i nostri pensieri ed i nostri sentimenti a questo nostro blog.
grazie, grazie di cuore a tutto il gruppo

mercoledì 22 gennaio 2014

Francesco, Scalfari e l'arte del dialogo di Hans Kung

IO CREDO che sia un evento di grande valore e di cui rallegrarsi moltissimo, il fatto che il dialogo tra Papa Francesco ed Eugenio Scalfari non sia terminato con un epistolario, ma sia continuato con un'intervista. Quella pubblicata ieri su Repubblica è il documento straordinario di un incontro da uomo a uomo con un'intensa e profonda volontà reciproca di proseguire e approfondire il dialogo. Una delle cose che colpisce all'inizio del colloquio è che abbiano saputo trovare anche la dimensione dello humour: entrambi dicono di essere stati ammoniti e avvertiti dai loro collaboratori a non lasciarsi convertire l'uno dall'altro, né alla fede cristiana né al laicismo.

ED ENTRAMBI - lo trovo straordinario anche sul piano della comunicazione - hanno reagito ridendo e assicurando che nessuno dei due aveva questa intenzione. Ma poi, passando con disinvoltura al discorso serio, hanno sottolineato che il loro colloquio aveva e avrebbe avuto lo scopo di accrescere con uno sforzo reciproco la conoscenza. Questo si proponevano di fare e questo hanno saputo fare trovando punti significativi di convergenza e punti di leale disaccordo. Un confronto tanto più straordinario perché nessuno dei due voleva fare proselitismo.

Uno dei punti interessanti dell'intervista è il giudizio sul comunismo. Francesco afferma che non avrebbe mai aderito al materialismo, ma che ciò nonostante, attraverso i docenti che ebbe e conobbe all'università, da quella dottrina imparò moltissimo. Imparò e capì molto sulle questioni sociali di cui parlavano i comunisti. Non è un caso che Francesco abbia sottolineato l'importanza di alcuni temi che sollevava il movimento (che era sia politico che di fede) della Teologia della Liberazione.

Poi c'è la questione della Curia, o diciamo anche della Corte romana. Il Papa ha usato parole molto dure, parole che non mi aspettavo, parole che persino a me avrebbero causato estremo disagio se le avessi usate: "La Corte è la lebbra del Papato". In quel momento del loro dialogo, Francesco e Scalfari hanno davvero colto il punto essenziale, cioè che la Curia romana deve essere posta di nuovo al servizio del genere umano e non al servizio di un sistema romano che non ha nulla a che vedere con la lezione del Vangelo. E che da un punto di vista veramente cattolico il Vaticano non può divenire la necessità suprema, ma al contrario tutte le strutture della Chiesa, anche quelle della Curia, devono porsi al servizio del Popolo di Dio.

E infine, il Papa ha rifiutato di pronunciare una gerarchia dei santi: ha detto che è possibile fare una classifica dei migliori calciatori argentini ma non dei Santi. Poi si è espresso in favore di San Paolo, quale interpretazione del cristianesimo che è rimasta valida per millenni, di Sant'Agostino e di Francesco d'Assisi. Nel corso di tutto il dialogo tra Francesco e Scalfari non c'è un singolo tono sbagliato. Si può solo sperare che questo dialogo resti d'esempio per il dialogo tra credenti e non credenti.

martedì 21 gennaio 2014

In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui

"Prima" Israele andava dal Battista.
Ora Gesù va verso Israele.
Gesu inverte la direzione, va verso la gente, e trova gli analfabeti, che non conoscono le leggi e le prescrizioni.
Il suo fallimento presso le autorità è la prova del suo essere Profeta di questo Dio misterioso che si rivela agli esclusi.
Il Suo vissuto è anche il nostro vissuto. I Suoi dubbi e la Sua ricerca ci dicono che è una persona che vive in questo mondo, e che compie il Suo cammino per dare un senso alla vita.
Nel suo cammino ogni uomo è libero di dire sì a Dio, oppure negarlo o, addirittura, maledirlo.
Per i credenti la vera Fede richiede il rifiuto della sicurezza di un Dio necessario, padrone, che offre la salvezza come merce di scambio e "offre gratuitamente delle tracce sulle quali avanzare con la libertà che non contraddice ne l'obbedienza a DIO nè l'umiltà davnti a Lui. Si DIO parla, DIO ama, DIO offre la vita che vince la morte: "davanti a DIO e con DIO, senza DIO, senza prenderlo in ostaggio."
Invece, rispetto a chi sceglie di vivere senza Dio, ponendo la ragione umana come unico, definitivo, criterio, occorre riconoscere che egli non si priva della libertà, ma la esercita e può conoscere l'omertà dell'Amore di Dio, in base all'Amore che vive per gli altri.

Riflessione proposta da Giancarlo per l'Adorazione del 16.