I dialogatori

I dialogatori

venerdì 6 marzo 2015

Una lettura consigliata: Amos Oz - Contro il fanatismo

Feltrinelli 2004 - 78 pag. euro 4,5
Questo libro sembra molto utile per le nostre riflessioni sul fanatismo/estremismo/fondamentalismo.

Amos Oz, lo conoscete senz'altro, è uno straordinario romanziere israeliano. 

Secondo lui mestiere di narratore, si basa su un "metodo" che tutti dovrebbero adottare per attrezzarsi contro il fanatismo: 

"Mi alzo ogni mattina, faccio una piccola passeggiata nel deserto, prendo una tazza di caffè, mi siedo alla scrivania e comincio col domandarmi:"Come mi sentirei se fossi lei? Come dev'essere stare nella sua pelle?"(..) credo che per scrivere un romanzo bisogna essere capaci di assumersi una mezza dozzina di conflitti e sentimenti contraddittori e opinioni, con lo stesso grado di convinzione, veemenza ed empatia. Allora, sono equipaggiato un po' meglio degli altri (...)"

Lo sfruttamento economico, in generale la ricerca di un vantaggio materiale, è solo una causa che può aggravare il fenomeno, ma il problema di fondo è insito nella natura umana:

"(...) Il fanatismo è più antico dell’islam, del cristianesimo, dell’ebraismo, più antico di ogni stato o governo, di ogni sistema politico, più antico di tutte le ideologie e di tutte le confessioni del mondo. Il fanatismo è, disgraziatamente, una componente onnipresente della natura umana; un gene perverso, se volete chiamarlo così”.

In quanto coessenziale alla natura umana il fanatismo è pervasivo:

“Il fanatismo è praticamente dappertutto, e nelle sue forme più silenziose e civili è presente tutto intorno a noi, e fors’anche dentro di noi. Conosco bene quei non fumatori capaci di bruciarti vivo se osi soltanto accendere una sigaretta vicino a loro! Conosco quei vegetariani capaci di mangiarti vivo per aver ordinato una bistecca! Conosco quei pacifi­sti, alcuni miei colleghi del movimento per la pace in Israele, capaci di spararmi in testa solo perché ho auspicato una strategia lievemente diversa per il processo di pace con i palestinesi. Insomma, non voglio certo dire che chiunque levi la voce contro qualunque cosa sia un fanatico. Non voglio lasciar intendere che ogni opinione convinta sia una forma di fanatismo, certo che no. Però penso che il seme del fanatismo si annidi immancabilmente nella rettitudine inflessibile, piaga di molti secoli”.

Il fanatismo è subdolo, perché il fanatico non pensa di compiere il male, bensì di agire per il bene:

"Ritengo che l'essenza del fanatismo stia nel desiderio di costringere gli altri a cambiare. Quell'inclinazione comune a rendere migliore il tuo vicino, educare il tuo coniuge, programmare tuo figlio, raddrizzare tuo fratello, piuttosto che lasciarli vivere. Il fanatico è la creatura più disinteressata che ci sia. Il fanatico è un grande altruista. Il fanatico è più interessato a te che a se stesso, di solito. Vuole salvarti l'anima, vuole redimerti, vuole affrancarti dal peccato, dall'errore, dal fumo, dalla tua fede o dalla tua incredulità, vuol migliorare le tue abitudini alimentari, vuole impedirti di bere o votare nel modo sbagliato. Il fanatico si preoccupa assai di te, e o ti si butta al collo perché ti vuol bene sul serio o punta alla gola, nell'eventualità che ti dimostri irriducibile."

Un interessante warning, utile contro la degenerazione dell'attitudine al sacrificio, cara a noi cristiani:

"(..) molto spesso tutto comincia con il bisogno di vivere la propria vita attraverso quella di un altro. Rinunziare a se stessi, per facilitare la realizzazione dell'altro, il benessere della generazione successiva. Il sacrificio di sé significa molto spesso infliggere tremendi sensi di colpa nel beneficiario, e di conseguenza lo si manipola, lo si controlla."

L'autore suggerisce alcuni antidoti contro il fanatismo: la letteratura e, specialmente, l'umorismo:

"Credo di avere inventato la cura per il fanatismo. Il senso dell'umorismo è un'ottima terapia. In vita mia non ho mai conosciuto un fanatico dotato di senso dell'umorismo. I fanatici sono spesso sarcastici. Alcuni di loro hanno un profondo senso del sarcasmo, ma niente spirito. L'umorismo implica la capacità di ridere di sè stessi. L'umorismo è relativismo, è la facoltà di vedersi come potrebbe vederti il prossimo, è il rendersi conto che, al di là di quanto tu sia retto e da che torti tremendi tu abbia subìto, esiste immancabilmente un risvolto buffo. E più fai il duro più diventi buffo"
A me questo libretto fa sorgere molte domande. 

La prima riguarda il rapporto fra visione profetica, cioè quella di chi, immerso nella contemplazione dell'umanità, riesce ad avvicinarsi più degli altri al mistero del'uomo e la esigenza, nella concreta realtà, di garantire sicurezza e benessere alla gente comune:

"Sapete, Israele è un paese bizzarro. Qui è cosa normale che un primo ministro inviti un poeta o un narratore o un drammaturgo per un tète-à-tète serale. Non in ufficio, ma nella residenza privata del primo ministro. Una tazza di tè, un drink, dipende da chi sei tu e chi è il primo ministro, che poi ti dice - mi è capitato varie volte - "Allora, Amos, dov'è che il paese ha sbagliato? Dove arriveremo, di questo passo?", e ascolta estasiato le risposte mie, o dei miei colleghi. Ascolta estasiato ogni parola, poi ci ignora completamente."

L'autore però ammette che oggi, come in passato, i profeti "non sono gran che riusciti a cambiare idea e inclinazioni a governanti e sovrani, e nemmeno al popolo", ammette  anche che questa pretesa di "cambiare la testa di governanti e gente comune" è "fuori dal mondo".

Insomma è un piccolo libretto da leggere, molto denso e stimolante. 

Se devo fare una critica, questa riguarda il distacco con cui è trattato il tema delle religioni, sorvolando su quanto di molto positivo e molto negativo hanno provocato a seconda di come si sono evolute nella storia.

Forse, essendo nato nel 1939, a Gerusalemme, è stato talmente immerso in quel clima religioso che, alla fine, ha sentito il bisogno di una rimozione. Però questa storiella ebraica che racconta nel libretto è molto divertente:

"Ora mi torna in mente una vecchia storiella, dove uno dei personaggi – ovviamente siamo a Gerusalemme e dove sennò – è seduto in un piccolo caffè, e c’è una persona anziana seduta vicino a lui, così i due cominciano a chiacchierare. E poi salta fuori che il vecchio è Dio in persona. D’accordo, il personaggio non ci crede subito lì per lì, però grazie ad alcuni indizi si convince che è seduto al tavolino con Dio. Ha una domanda da fargli, ovviamente molto pressante. Dice: “Caro Dio, per favore dimmi una volta per tutte, chi possiede la vera fede? I cattolici o i protestanti o forse gli ebrei o magari i musulmani? Chi possiede la vera fede?”. Allora Dio, in questa storia risponde: “A dirti la verità, figlio mio, non sono religioso, non lo sono mai stato, la religione nemmeno mi interessa”.



mercoledì 11 febbraio 2015

Nel riprendere questo nostro dialogo, mi fa piacere suggerire la lettura della 
Costituzione dogmatica sulla chiesa, Lumen Gentium, che ci porta a scoprire l'essenza della Chiesa. Ecco un piccolo estratto:

La Chiesa, realtà visibile e spirituale
8. Cristo, unico mediatore, ha costituito sulla terra e incessantemente sostenta la sua Chiesa santa, comunità di fede, di speranza e di carità [9], quale organismo visibile, attraverso il quale diffonde per tutti la verità e la grazia. Ma la società costituita di organi gerarchici e il corpo mistico di Cristo, l'assemblea visibile e la comunità spirituale, la Chiesa terrestre e la Chiesa arricchita di beni celesti, non si devono considerare come due cose diverse; esse formano piuttosto una sola complessa realtà risultante di un duplice elemento, umano e divino [10]. Per una analogia che non è senza valore, quindi, è paragonata al mistero del Verbo incarnato. Infatti, come la natura assunta serve al Verbo divino da vivo organo di salvezza, a lui indissolubilmente unito, così in modo non dissimile l'organismo sociale della Chiesa serve allo Spirito di Cristo che la vivifica, per la crescita del corpo (cfr. Ef 4,16) [11].


venerdì 28 marzo 2014

Dialogo sui due massimi sistemi del mondo: Credenti e Non-Credenti

Carissimi, anch’io mi associo ai ringraziamenti di cuore del nostro “segretario” (è che non avevo capito che avevamo un segretario: ma fa anche le fotocopie?): grazie Francesca per l’ospitalità (e il buon cibo) e grazie a Cristiana per l’opportunità che ci ha dato di conoscere padre David (una vera forza del Signore). Ma partiamo di slancio (come ci vorrebbe papa Francesco, vivaci e lanciati verso la grande Verità: Dio che si è rivelato a noi in Gesù Cristo salvandoci). Come sta diventando ormai tradizione, sembra che l’approccio “dialogico” tra me e Giuseppe inizia ad appartenerci come ci appartiene ogni nostro desueto vestito (veste noi come nessun altro, soprattutto nei ricordi legati ad esso). Quindi, partiamo con una correzione: non è vera la proposizione “temi sui quali ho avuto modo di esprimermi ampiamente con l'esimio collega Giampiero, rischiando di vedermi negare anche il saluto”, poiché io non lo salutavo già da prima: perché mai dovrei incominciare a farlo adesso? Era lui che mi salutava per primo, non io. E poi “esimio” lo dice a qualcun altro… bando agli scherzi e iniziamo per davvero.

Giuseppe dice: La teologia non scalda i cuori.
Io direi: “non scalda solo i cuori ma anche le nostre menti”, che comunque anch’esse (le menti) sono un dono del Signore, che, se abbiamo ben capito il suo vero messaggio, sono un dono ricevuto da donare a sua volta. Dice Ruini: “la fede senza la ragione è idolatria”; ma ancora, “bisogna avere fede per ragionare, e non ragionare per avere fede” [non ragionare per avere fede: è il solito errore che commette il non-credente; e noi sappiamo che egli commette sempre lo stesso errore; e questo dovrebbe essere un nostro vantaggio, poiché sappiamo da dove partire. E poi quando uno sbaglia, cosa dovremmo fare? Trovare il modo di segnalargli il tipo di errore che commette. Ripeto: se conosciamo l’errore, lo possiamo affrontare per trovare il “modo di segnalarlo” a colui che sbaglia]

Giuseppe dice: ma perché un non credente, che si illude di fondare la sua vita sull'esercizio della ragione, dovrebbe sprecare questa preziosa risorsa per indagare su qualcosa che, per il suo cervello, "non esiste"?
Io, negli incontri-scontri sulle teorie economiche, ho imparato che: se non si parla nella stessa lingua (cioè con lo stesso linguaggio dell’interlocutore) non ci si capirà mai (è un dato talmente di fatto che implica che se mi confronto con qualcuno, per far capire le mie ragioni, devo avere l’umiltà di “scendere” nel suo campo di visualizzazione, altrimenti il dialogo è un fallimento). Qui per linguaggio intendo sia il dialogo utilizzando fede, ragione e cuore, sia il linguaggio del comportamento, che per alcuni (non per tutti) vale più del primo. Quindi anche “l’esercizio della ragione” può essere un buon mezzo per la nostra causa. Io direi di non escluderlo a priori, ma valutare di fatto in fatto quando serve il “ragionamento” e quando serve il “comportamento”. Sono comunque convinto che un’azione che utilizzi tutti e due gli strumenti è molto più efficace.

Giuseppe dice: per smuoverlo, dobbiamo puntare un po' più in basso a sinistra.
Scusa Giuseppe, ma questa non l’ho capita… in basso a sinistra dove?

Giuseppe dice: Infatti, perché quello che agisce in noi credenti non dovrebbe agire anche in loro che "non credono"?
Io ho tentato di dare una risposta a questa domanda nel mio breve “trattato” sulla coscienza. Se volete… un giorno… forse… ne possiamo discutere apertamente.

Giuseppe dice: Qual è la fonte del bene che, indubbiamente, quelli che sostengono di essere "senza Dio" sono in grado di fare, a volte più e meglio dei cristianucci?
Vi propongo queste definizioni rivisitate per rispondere alla domanda: Cos’è “Fare il Bene” per un non-credente?
  • L'azione giudicata oggettivamente giusta (cioè, FARE il BENE) in qualsiasi circostanza è quell'azione che, fra tutte quelle che sono possibili, ci dà, quando si sia tenuto conto di tutte le informazioni a disposizione, la massima aspettativa di probabili "buoni effetti", o la minima aspettativa di probabili "effetti nocivi", secondo il principio di causalità [concezione utilitaristica di causa-effetto: questa definizione implica che dietro ad ogni azione ci sia una motivazione (causa di volizione) che si ritiene giusta e che spinge ad agire (esempio: per risorgere bisogna prima morire; ma anche, i comportamenti devianti e "cattivi" giustificati dalla ragione di stato)].
  • L'azione giudicata soggettivamente giusta, o azione morale, è quella che l'individuo giudicherà da sé "oggettivamente giusta" se avrà dedicato alla questione un'idonea quantità di pensiero (azione ragionata secondo un proprio schema di riferimento di norme che considera giuste a priori, e secondo una propria scala di valori), ovvero se, prevalendo "il sentimento di spontaneità", l'avrà intesa come "buona" d'impulso (azione istintiva) [questa seconda definizione non implica un giudizio sull'effetto dell'azione, ma limita il giudizio all'azione stessa].
[fonte: B. Russell, Determinismo e morale, 1908]

Giuseppe dice: dobbiamo piantarla di considerare i nostri fratelli "non credenti" come una specie da preservare nel loro ambiente neanche fossero foche monache o lupi marsicani. In questi casi, fra scandalo e acquiescenza il cristiano non dovrebbe avere dubbi. Se nel loro ambiente è oscurata qualsiasi traccia di trascendenza , vuol dire che è un ambiente inquinato, spesso dall'uso idolatrico della ragione umana,
Cavolo, nei nostri confronti Marx è stato più buono…

Giuseppe dice: Dobbiamo agire in modo nuovo, con uno stile nuovo, con parole nuove, affinché chi è lontano si avvicini a noi per domandarci:"Parlami di Gesù"
Io dico: e se quello non si avvicina?

Giuseppe dice: è questo l'"obiettivo": fare nascere un desiderio e una domanda
Gli esperti di Marketing lo dicono da decenni… devo però dire che, non so perché, mi trovo in accordo con Giuseppe: credo che sia la prima volta.

Un saluto, Giampiero


Farneticazioni a proposito della serata con il grande padre David

Anche se ricopro l'ambito ruolo di segretario del gruppo, questo che scrivo non è un resoconto dell'incontro di ieri. Per riassumere la magnifica serata e la presenza del nostro ispirato, mite, colto  e amabile interlocutore ci vorrebbero ben altro che le poche righe che sarei in grado di scrivere. Magari ci potrebbe provare qualcuno di voi più bravo di me.

Per andare subito al nocciolo della questione mi soffermerò solo su quelle frasi che hanno risuonato nella mia testa facendo vibrare il nodo intorno al quale si sono aggrovigliati i miei gracili neuroni e cioè la domanda: 
dove deve andare a parare il nostro gruppo?

La teologia non scalda i cuori

Ritengo troppo severo il giudizio di padre David sui teologi, ma devo riconoscere che ha buone ragioni. Qualcuno potrà anche essere affascinato da questo razionale argomentare intorno al Mistero Incommensurabile, ma perché un non credente, che si illude di fondare la sua vita sull'esercizio della ragione, dovrebbe sprecare questa preziosa risorsa per indagare su qualcosa che, per il suo cervello, "non esiste"? Sarebbe una esperienza di una noia mortale. E' ovvio che, per smuoverlo, dobbiamo puntare un po' più in basso a sinistra.

In TUTTI gli uomini agisce la grazia di Dio, attraverso lo Spirito Santo

È una frase carica di grande speranza. Infatti, perché quello che agisce in noi credenti non dovrebbe agire anche in loro che "non credono"? Qual'è la fonte del bene che, indubbiamente, quelli che sostengono di essere "senza Dio" sono in grado di fare, a volte più e meglio dei cristianucci? C'è qualcos'altro oltre Lui? Se abbiamo qualche dubbio in proposito  potrebbe valere la pena di approfondire la questione e rinominare il nostro gruppo C.O.M. (Cristiani Oltre il Monoteismo) oppure N.S.C.S  (Noi siamo Coloro che Siamo). Sarebbe molto originale ripetto a quanti hanno trattato il problema negli ultimi 6000 anni nell'ambito della tradizione giudaica-cristiana (e musulmana).
In alternativa dobbiamo piantarla di considerare i nostri fratelli "non credenti" come una specie da preservare nel loro ambiente neanche fossero foche monache o lupi marsicani. In questi casi, fra scandalo e acquiescenza il cristiano non dovrebbe avere dubbi. Se nel loro ambiente è oscurata qualsiasi traccia di trascendenza , vuol dire che è un ambiente inquinato, spesso dall'uso idolatrico della ragione umana, e il nostro compito è rendere visibili quelle tracce.

Dobbiamo agire in modo nuovo, con uno stile nuovo, con parole nuove, affinché chi è lontano si avvicini a noi per domandarci:"Parlami di Gesù"

Ecco, piuttosto che sollecitare contributi su "Coscienza" e "Morale" (temi sui quali ho avuto modo di esprimermi ampiamente con l'esimio collega Giampiero, rischiando di vedermi negare anche il saluto) è questo l'"obiettivo": fare nascere un desiderio e una domanda! L'aggettivo "Nuovo" è stato ripetuto più volte, quando ormai eravamo al termine della serata, peccato, dato che è evidente che molto del "vecchio" è inadeguato. Va approfondito cosa potrebbe essere questo "nuovo". Confidiamo molto in papa Francesco, ma se non proviamo anche noi, gentili colleghi, a dargli una mano, cosa potrà fare quell'uomo, anche se è il Santo Padre?

Grazie di cuore a Francesca per la sua eroica ospitalità e a Cristiana per averci regalato questo incontro.

sabato 22 marzo 2014

STM Speaker's corner




La mia è una idea semplice, che avevo già discusso l'anno scorso con Ginevra e Irene per l'Aperilibro quando, però, ormai non c'erano più date disponibili prima dell'estate. Poi a settembre/ottobre non ci sono state occasioni e il proposito è rimasto nel cassetto.

 Si trattava di creare una occasione di incontro aperto alle realtà del quartiere su temi suggeriti dai libri che erano stati regalati alla biblioteca.  Era stato scelto "il Viaggio" ispirandoci a: Tolkien, Chatwin, Kerouack, Chiara Frugoni (vita di S.Francesco). 

Fra gli invitati si doveva individuare chi, oltre a noi, potesse fare degli interventi.  Questi dovevano susseguirsi nel parco, senza contraddittorio, in un contesto serale tardo primaverile, possibilmente allietato da lumi di candela e da un discreto buffet. 

I relatori avrebbero parlato in piedi, su una rudimentale pedana, magari davanti a un leggio, attorno alla quale dovevano raccogliersi gli astanti. Una specie di "speaker's corner" dove tutti avrebbero avuto la possibilità di dire quello che pensavano. Lo scopo infatti era quello di presentare STM  come luogo di libero scambio di idee, pacifico e accogliente.

Mi rendo conto che è un po' pochino, non dico quale tema potremmo scegliere (sono sicuro che Giampiero proporrebbe "la Coscienza") e, neanche "chi" potremmo invitare. L'immagine però mi piace e visto che la forma è anche sostanza potrebbe essere utile prenderla in considerazione.

Ciao a tutti.



venerdì 7 marzo 2014

Giustizia e Misericordia per il rabbino Di Segni

Di fronte alle spericolate interpretazioni del "non credente" Scalfari ecco una garbata e ferma confutazione utile anche a ricordare il legame indissolubile fra Antico e Nuovo Testamento.
Da la Repubblica di oggi.

"La legge mosaica e la rivoluzione di papa Francesco. Un dialogo tra il capo della sinagoga di Roma e il fondatore di "Repubblica" 




Capita sempre più spesso di incontrare delegazioni ebraiche da tutto il mondo che vengono a Roma per incontrare il papa. C'è una tale presenza di visitatori ebrei in Vaticano che qualche volta penso ironicamente che bisognerebbe anche lì aprire una sinagoga. È anche questo un segno del nuovo clima creato da papa Francesco. Non che prima non ci fossero visite e dialogo con gli ebrei; ma ora si aggiungono altri dati: l'esperienza personale di Bergoglio come amico e collaboratore di alcuni rabbini argentini, il suo carattere e un approccio dottrinale che sembra più aperto. È ancora presto per dire dove questo porterà, ma c'è da parte ebraica ottimismo sul piano teologico, mentre su quello politico (i rapporti con Israele) è tutto da vedere. In generale le aperture di Francesco, il messaggio pastorale e umano, la carica personale di simpatia e modestia, la volontà riformatrice di strutture considerate invecchiate hanno suscitato approvazione anche entusiastica nel mondo dei fedeli cattolici e fuori da questo. Le chiese si riempiono e i cosiddetti "non credenti" osservano ammirati. Per un osservatore esterno, come può essere un ebreo, sarebbe inopportuno commentare questi fatti occupandosi di affari interni della Chiesa, se nonper quanto riguarda i suoi rapporti con l'ebraismo; ma la rivoluzione di Francesco non si limita al suo mondo, propone questioni universali che investono altre realtà e per questo merita attenzione. 

Un esempio importante di questo impatto è il dialogo che si è sviluppato nelle pagine di Repubblica tra il papa e Eugenio Scalfari al quale sono stati dedicati ripetuti e lunghi articoli. Scalfari è affascinato dalla disponibilità dialogica di Francesco, ne espone e commenta le posizioni che considera eccezionali ed innovative, in particolare sul tema del peccato. Per chi legge dall'esterno questa discussione, a parte le perplessità su una corretta interpretazione  -  espresse anche da portavoce vaticani  -  rimane qualche dubbio sull'essenza del problema. Sull'immagine proposta di una Chiesa povera, sulla volontà del papa di lotta alla corruzione, sul suo richiamo all'onestà non ci sono dubbi. Ma cosa c'è di sostanza nella sua apertura al tema del peccato? Perché, per fare degli esempi, un conto è dire che c'è accoglienza per i divorziati, un altro riconoscere il divorzio; un conto è esaltare il ruolo della donna, un altro ammetterla al sacerdozio; un conto è essere comprensivi dell'omosessualità, un altro riconoscere legalmente le unioni. Sono problemi del mondo cattolico, ma anche il mondo ebraico ha i suoi analoghi problemi conflittuali con le durezze del sistema. Certamente l'approccio comprensivo e l'atteggiamento di apertura diminuiscono le tensioni e sveleniscono l'atmosfera ma non risolvono i problemi dottrinali alla radice. 

La tradizione ebraica fornisce uno schema interpretativo forte e seducente per questo tipo di tensioni. Cominciando dal piano divino, si ammette che esistano due qualità o attributi contrapposti: da una parte la giustizia, la severità e il rigore, dall'altra l'amore e la misericordia. Il primo progetto creativo del mondo, dicono i rabbini, era basato sulla giustizia, ma vedendo che il mondo non avrebbe potuto resistere, il Creatore optò per il piano "b", quello della misericordia unita alla giustizia. Per gli esseri umani, per le loro strutture organizzate, per i loro leader, vale la stessa contrapposizione. Con una precisa consapevolezza: che nessuna delle due qualità regge da sola, non c'è giustizia senza misericordia, non c'è misericordia senza giustizia. Guardando alle vicende vaticane recenti e al loro impatto universale verrebbe la tentazione di applicare queste due categorie ai due pontefici coesistenti; il primo sembra abbia incarnato l'anima dottrinale e il secondo quella dell'amore. Ma si tratta di una lettura superficiale e rischiosa, ingiusta e limitativa per i due protagonisti. Il fatto è che nel fenomeno religioso, così come viene vissuto nella nostra epoca, le grandi masse cercano prima di tutto accoglienza, inclusione, protezione e comprensione, mentre la fede e la dottrina vengono dopo. 

La personalità di Francesco risponde alla richiesta e richiama le folle, ma sarebbe fuorviante pensare che dietro al suo amore non vi sia la giustizia e la dottrina. È per questo che gli entusiasmi di credenti e "non credenti" andrebbero un po' smorzati. Per inciso, sarebbe meglio evitare l'espressione "non credenti" senza specificare in che cosa non si crede; altrimenti il parametro della fede diventa la verità cattolica e chi non l'accetta viene inserito in un grigio limbo, quali che siano le sue convinzioni filosofiche o religiose. In questa opposizione di simboli o sistemi e nella rappresentazione idealizzata e schematizzata del nuovo corso, a farci in qualche modo le spese è stato l'ebraismo. Perché l'opposizione tra giustizia e amore, in cui Francesco rappresenta l'amore richiamandosi al messaggio originale di Gesù contro le incrostazioni dottrinali e di apparato, diventa il segno della rivoluzione cristiana permanente. Contro chi? Semplice, contro il Dio degli ebrei, dell'Antico Testamento, quello severo e vendicativo. Nessun teologo serio dei nostri giorni - a cominciare dai due papi di oggi - prenderebbe sul serio questa antica opposizione, che fu una delle bandiere dell'antigiudaismo cristiano per secoli. Questa dottrina ha un nome preciso, marcionismo, dall'eretico Marcione che ne fece uno dei cardini del suo insegnamento. Marcione fu condannato dalla Chiesa, ma l'opposizione da lui drammatizzata tra due divinità fu recepita e trasmessa dalla Chiesa, che solo da pochi decenni se ne distacca ufficialmente, riconoscendola non solo come errore, ma anche come strumento illecito di predicazione di antagonismo e di odio. 


Il Dio della Bibbia ebraica (per non parlare di quello della tradizione rabbinica) è giustizia e amore, come possono attestare numerose fonti che non c'è spazio qui per citare. È il Dio misericordioso (Es. 34: 6) che perdona chi non ha obbedito alla sua legge. Nulla avrebbe senso nell'ebraismo senza il perdono. E l'esortazione "ama il tuo prossimo come te stesso" è anche evangelica ma viene dalla legge mosaica, Levitico 19: 18. Che poi Gesù di Nazareth sia solo amore e non giustizia, in una melensa rappresentazione di comodo buonismo imperante, è tutto da dimostrare. Ribadire questi concetti in questa sede sembrerebbe fuori luogo e senza senso, ma è proprio in questa sede che le vecchie teorie, banale luogo comune, sono state rispolverate e riproposte per spiegare l'essenza della rivoluzione di Francesco. Che evidentemente non in questo consiste. Ed è paradossale che proprio mentre si cerca di cogliere il buono di una novità, ad incarnare il vecchio e il negativo ci sia l'ebraismo, che invece dovrebbe essere, per la ricchezza della sua tradizione, un compagno ideale dei nuovi percorsi.

domenica 2 marzo 2014

DIO ESISTE? L'inevitabile "interrogarsi senza limiti" di Camillo Ruini

Il 5 ottobre 2012, su Avvenire viene pubblicato un articolo di Lorenzo Rosoli sulla presentazione del libro Intervista su Dio, un libro il cui fulcro è la domanda: "Dio esiste?", alla quale Ruini, l'autore, risponde con lucido acume e linguaggio accessibile (non so se a tutti). Qui di seguito posto l'articolo.
 
Inutile, irrilevante, lontano… Ruini sfata le banalità su Dio
Quanti luoghi comuni su Dio. Quanti stereotipi sulla fede, sul rapporto tra fede, ragione, libertà, sulle dinamiche dell’espe­rienza credente, nella cultura e nella mentalità oggi preva­lenti. Fino a convincere molti che la «questione di Dio» sia ir­rilevante, o inutile, o irrisolvibile. Ma a perderci, così, è il caso serio della nostra umanità, tanto assetata di senso, pienezza, felicità. Vita. Ecco perché un libro come l’ Intervista su Dio ( Mondadori), scritto dal cardinale Camillo Ruini dialogando con il giornalista di Avvenire An­drea Galli, è un dono prezioso. «Offerto a tutti: in particolare a quan­ti vorrebbero credere ma non riesce a fare quel passo libero e impe­gnativo che la fede sempre richiede; e a quanti invece credono ma hanno una fede ancora un po’ ‘bambina’, che fatica a misurarsi con le grandi questioni della vita, della società, della scienza di oggi», af­ferma Ruini, al termine dell’incontro svoltosi ieri sera nell’aula ma­gna dell’Università Cattolica di Milano. Al tavolo dei relatori, con lui, i filosofi Giovanni Reale e Silvano Petrosi­no e l’arcivescovo di Milano Angelo Scola, moderati da Armando Tor­no del Corriere della Sera; il saluto iniziale spet­ta al prorettore Franco Anelli. «Le parole del­la fede, il cammino della ragione», recita il sot­totitolo del libro, «strumento prezioso per l’An­no della fede», annota il prorettore. L’orizzon­te dell’itinerario verso Dio esplorato da Ruini, sottolinea Anelli, è quello della Fides et Ratio di Giovanni Paolo II, dove «fede e ragione so­no come due ali con le quali lo spirito umano si alza verso la contemplazione della verità».
Ferruccio Parazzoli porta il saluto dell’editore e sottolinea: «Il successo del libro, tre ristampe in 10 giorni, conferma l’attenzione del pubblico verso i temi religiosi». Qui, in particolare, l’intento è «presentare le motivazioni razionali della fe­de in Dio», si legge nelle prime pagine. Reale gioca subito a carte sco­perte: «Il libro mi è piaciuto molto, per me è il migliore di Ruini», scan­disce. Poi ne passa in rassegna alcuni punti-chiave. Come l’analisi del rapporto sorgivo tra cristianesimo e antropocentrismo: senza il primo non ci sarebbe stato il secondo. Mentre quando l’antropocentrismo si contrappone al teocentrismo, si fa «umanesimo esclusivo», secondo la definizione di Charles Taylor, l’umano si perde nel relativismo e nel ni­chilismo. No a un cristianesimo ridotto a sentimento religioso; no allo smarrimento dell’identità cristiana, senza la quale è impossibile la re­lazione e il dialogo con l’altro: Reale rilancia questi messaggi di Ruini, prima di dirsi conquistato e commosso dai passi dedicati all’«essenza del cristianesimo», al Regno di Dio, alla preghiera. Petrosino, docente di filosofia della comunicazione in Cattolica, entra nell’analisi delle «te­si centrali» del libro. A partire dal riconoscimento dell’«apertura illimi­tata del nostro interrogarsi e del nostro desiderare», per cui l’approdo a Dio non è la risposta consolatoria a un fallimento dell’umano, o l’esito di un’alienazione: è il dinamismo stesso della nostra ragione e del no­stro desiderio che legittima la questione di Dio, che apre all’incontro con Dio. Tutto questo, sottolinea Petrosino, in una dimensione di libertà, di scelta personale. Altro che religione versus libertà o fede versus ragione.
«Ciò che di Dio si può conoscere è loro ma­nifesto; Dio stesso lo ha manifestato loro»: muove dalla lettera ai Romani il cardinal Sco­la, per sottolineare come «a tutti» sia data la possibilità di conoscere razionalmente Dio a partire dalle realtà create. «Il riconoscimen­to di Dio comporta l’affermazione dell’uo­mo », scandisce Scola. Ed ecco Ruini intrec­ciare un dialogo tra scienza, filosofia, teolo­gia, antropologia. Rinnovando la lezione di Tommaso d’Aquino, alla scuola di Lonergan. Per mostrare come la domanda religiosa sia il cul­mine dell’avventura del pensiero umano, come l’apertura alla «que­stione Dio» sgorga dal «dinamismo intrinseco dell’intelligenza». Scola cita infine De Lubac: «Esiste qualcosa, dunque Dio esiste». È questo il percorso di Ruini, la sfida raccolta nel libro.
Infine l’ex presidente della Cei riprende un tema che gli sta molto a cuore: la sfida posta oggi dall’«umanesimo esclusivo». Ser­ve un ponte verso gli uomini di scienza, «che prima d’essere scien­ziati sono uomini – dice Ruini –. I grandi progressi della fisica come della biologia, spingono l’uomo a riconoscere che la scienza non è il tutto». E che c’è un Altro che chiama la nostra libertà, chieden­doci di unire «fede in Dio e amore per il prossimo».

giovedì 13 febbraio 2014

A caldo alcune frasi della serata "con Stm"

Il mons Zuppi (er mitico don Matteo de Trastevere):

- È veramente laico chi ama il Vangelo

- Per essere laico uno ce deve crede...

Il prof D'Agostino:

- Il laico difende la verità perchè è in grado di contemplarla, il fondamentalista si costruisce dei paradigmi mentali e con questi forza la verità

- I diritti non sono tali perchè qualcuno li ha scritti in una Costituzione

- L'espressione 'cattolico adulto' mi appare equivoca e irritante. (..) la percepisco come sottilmente discriminante (...) è una qualifica che un soggetto si autoattribuisce con una buona dose di narcisismo.

- Nessuno può credere 'da solo', la voce della coscienza non può essere assunta in chiave solipsistica..


Quanto condividiamo queste affermazioni?

E quanto sono digeribili dai nostri amici "non credenti"?

lunedì 10 febbraio 2014

Un esempio di "dialogo" difficile



Stando a letto con l'influenza, si trova il tempo di approfondire alcune notizie. Ho letto il recente documento del "Comitato sui diritti dei bambini" dell'ONU.

Contrariamente a quanto evidenziato dai principali media, il rapporto non tratta prioritariamente del problema della pedofilia, ma esprime critiche e "raccomandazioni" su temi quali la differenza sessuale, l'educazione dei bambini, l'atteggiamento verso le gravidanze precoci, la salute sessuale e altro.

Il tono usato sembra del tipo: "piantatela di credere in quello che credete, si deve fare come diciamo noi".

Se volevano far capire che non sono d'accordo, ci sono riusciti. Non mi sembra però che sono "disposti a lottare affinché chi non la pensa come loro possa continuare ad esprimere le proprie idee".

Non è un approccio al dialogo che Voltaire apprezzerebbe.....

Il rapporto "Concluding observations on the second periodic report of the Holy See" si trova quì:

http://tbinternet.ohchr.org/Treaties/CRC/Shared%20Documents/VAT/CRC_C_VAT_CO_2_16302_E.pdf



Riporto alcuni dei punti più critici  (i titoli in grassetto sono miei)


I cristiani non devono più credere nella "complementarità e uguaglianza in dignità" fra uomo e donna

27. il Comitato si rammarica che la Santa Sede continua a porre l'accento sulla promozione della complementarità e l'uguaglianza in dignità, due concetti che differiscono da uguaglianza nel diritto e nella pratica di cui all'articolo 2 della Convenzione e sono spesso utilizzati per giustificare una normativa e delle politiche discriminatorie.

27. With reference to its previous concern on gender-based discrimination (CRC/C/15/Add.46, para. 8), the Committee regrets that the Holy See continues to place emphasis on the promotion of complementarity and equality in dignity, two concepts which differ from equality in law and practice provided for in article 2 of the Convention and are often used to justify discriminatory legislation and policies.


Bisogna promuovere l'indifferenza di genere e purgare il libri di testo

Il Comitato si rammarica inoltre che la Santa Sede non ha fornito informazioni precise sulle misure adottate per promuovere la parità tra ragazze e ragazzi e per eliminare gli stereotipi di genere dalle scuole cattoliche

The Committee also regrets that the Holy See did not provide precise information on the measures taken to promote equality between girls and boys and to remove gender stereotypes from Catholic schools textbooks as requested by the Committee in 1995.

Il Comitato invita inoltre la Santa Sede a prendere misure attive per eliminare dalle scuole libri di testo cattoliche stereotipi di genere che possono limitare lo sviluppo dei talenti e delle capacità dei ragazzi e ragazze e minare la loro opportunità di istruzione e di vita.

The Committee also urges the Holy See to take active measures to remove from Catholic schools textbooks all gender stereotyping which may limit the development of the talents and abilities of boys and girls and undermine their educational and life opportunities.


Nella chiesa cattolica i bambini non sono liberi

31. Il Comitato è preoccupato per il fatto che la Santa Sede interpreti in modo restrittivo il diritto dei bambini di esprimere le proprie opinioni su tutte le questioni che li riguardano, nonché i loro diritti alla libertà di espressione, associazione e religione

31. The Committee is concerned that the Holy See restrictively interprets children’s right to express their views in all matters affecting them, as well as their rights to freedom of expression, association and religion.


Abolire la pratica dell'abbandono anonimo dei neonati

35. il Comitato è preoccupato per la continua pratica dell'abbandono anonimo di bambini organizzati da organizzazioni cattoliche in diversi paesi attraverso l'uso delle cosiddette "baby boxes".

35. the Committee is concerned about the continued practice of anonymous abandonment of babies organized by Catholic organizations in several countries through the use of the so-called “baby boxes”.


E promuovere le pratiche "alternative" 

36. il Comitato esorta vivamente la Santa Sede a collaborare in studi per determinare le cause alla radice della pratica di abbandono anonima dei bambini e sollecitamente rafforzare e promuovere alternative (...) Il Comitato invita anche la Santa Sede per contribuire ad affrontare l'abbandono dei bambini, fornendo la pianificazione familiare, la salute riproduttiva nonché un'adeguata consulenza e sostegno sociale

36. the Committee strongly urges the Holy See to cooperate in studies to determine the root causes of the practice of anonymous abandonment of babies and expeditiously strengthen and promote alternatives, (..) The Committee also urges the Holy See to contribute to addressing the abandonment of babies by providing family planning, reproductive health, as well as adequate counselling and social support


Il Comitato ha stabilito in che modo si fa l'educazione sessuale e la Santa Sede deve obbligatoriamente adeguare i programmi delle scuole cattoliche

56. Il Comitato è seriamente preoccupato per le conseguenze negative della posizione e le pratiche della Santa Sede di negare l'accesso degli adolescenti alla contraccezione, nonché alla salute e alla informazione sessuale e riproduttiva.

56. The Committee is seriously concerned about the negative consequences of the Holy See’s position and practices of denying adolescents’ access to contraception, as well as to sexual and reproductive health and information.

la Santa Sede dovrebbe garantire che l'educazione alla salute sessuale e riproduttiva e la prevenzione dell'HIV / AIDS sia parte del curriculum obbligatorio di scuole cattoliche e destinati a ragazze adolescenti e ragazzi, con particolare attenzione alla prevenzione della gravidanza e le malattie sessualmente trasmissibili;

 the Holy See should ensure that sexual and reproductive health education and prevention of HIV/AIDS is part of the mandatory curriculum of Catholic schools and targeted at adolescent girls and boys, with special attention to preventing early pregnancy and sexually transmitted infections;



Bisogna ricongiungere i bambini ai loro genitori "biologici" (N.d.R.: non si trova da nessuna parte l'apprezzamento della posizione della Santa Sede contraria alla fecondazione eterologa e agli uteri in affitto)

59. The Committee urges the Holy See to open an internal investigation into all cases of removal of babies from their mothers and fully cooperate with relevant national law enforcement authorities in holding those responsible accountable. The Committee also urges the Holy See to ensure that the Catholic religious congregations involved fully disclose all the information they have on the whereabouts of these children in order for them, where possible, to be reunited with their biological mothers and to take all necessary measures to prevent the occurrence of similar practices in the future.


mercoledì 5 febbraio 2014

Messaggio del Papa per la Quaresima 2014

“Cari fratelli e sorelle, in occasione della Quaresima, vi offro alcune riflessioni, perché possano servire al cammino personale e comunitario di conversione. Prendo lo spunto dall’espressione di san Paolo: «Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2 Cor 8,9). L’Apostolo si rivolge ai cristiani di Corinto per incoraggiarli ad essere generosi nell’aiutare i fedeli di Gerusalemme che si trovano nel bisogno. Che cosa dicono a noi, cristiani di oggi, queste parole di san Paolo? Che cosa dice oggi a noi l’invito alla povertà, a una vita povera in senso evangelico? La grazia di Cristo Anzitutto ci dicono qual è lo stile di Dio. Dio non si rivela con i mezzi della potenza e della ricchezza del mondo, ma con quelli della debolezza e della povertà: «Da ricco che era, si è fatto povero per voi…». Cristo, il Figlio eterno di Dio, uguale in potenza e gloria con il Padre, si è fatto povero; è sceso in mezzo a noi, si è fatto vicino ad ognuno di noi; si è spogliato, “svuotato”, per rendersi in tutto simile a noi (cfr Fil 2,7; Eb 4,15). È un grande mistero l’incarnazione di Dio! Ma la ragione di tutto questo è l’amore divino, un amore che è grazia, generosità, desiderio di prossimità, e non esita a donarsi e sacrificarsi per le creature amate. La carità, l’amore è condividere in tutto la sorte dell’amato. L’amore rende simili, crea uguaglianza, abbatte i muri e le distanze. E Dio ha fatto questo con noi. Gesù, infatti, «ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con intelligenza d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo. Nascendo da Maria Vergine, egli si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché nel peccato» (Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 22). Lo scopo del farsi povero di Gesù non è la povertà in se stessa, ma – dice san Paolo – ‘…perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà’. Non si tratta di un gioco di parole, di un’espressione ad effetto! E’ invece una sintesi della logica di Dio, la logica dell’amore, la logica dell’Incarnazione e della Croce. Dio non ha fatto cadere su di noi la salvezza dall’alto, come l’elemosina di chi dà parte del proprio superfluo con pietismo filantropico. Non è questo l’amore di Cristo! Quando Gesù scende nelle acque del Giordano e si fa battezzare da Giovanni il Battista, non lo fa perché ha bisogno di penitenza, di conversione; lo fa per mettersi in mezzo alla gente, bisognosa di perdono, in mezzo a noi peccatori, e caricarsi del peso dei nostri peccati. E’ questa la via che ha scelto per consolarci, salvarci, liberarci dalla nostra miseria. Ci colpisce che l’Apostolo dica che siamo stati liberati non per mezzo della ricchezza di Cristo, ma per mezzo della sua povertà. Eppure san Paolo conosce bene le ‘impenetrabili ricchezze di Cristo’ (Ef 3,8), ‘erede di tutte le cose’ (Eb 1,2). Che cos’è allora questa povertà con cui Gesù ci libera e ci rende ricchi? È proprio il suo modo di amarci, il suo farsi prossimo a noi come il Buon Samaritano che si avvicina a quell’uomo lasciato mezzo morto sul ciglio della strada (cfr Lc 10,25ss). Ciò che ci dà vera libertà, vera salvezza e vera felicità è il suo amore di compassione, di tenerezza e di condivisione. La povertà di Cristo che ci arricchisce è il suo farsi carne, il suo prendere su di sé le nostre debolezze, i nostri peccati, comunicandoci la misericordia infinita di Dio. La povertà di Cristo è la più grande ricchezza: Gesù è ricco della sua sconfinata fiducia in Dio Padre, dell’affidarsi a Lui in ogni momento, cercando sempre e solo la sua volontà e la sua gloria. È ricco come lo è un bambino che si sente amato e ama i suoi genitori e non dubita un istante del loro amore e della loro tenerezza. La ricchezza di Gesù è il suo essere il Figlio, la sua relazione unica con il Padre è la prerogativa sovrana di questo Messia povero. Quando Gesù ci invita a prendere su di noi il suo “giogo soave”, ci invita ad arricchirci di questa sua “ricca povertà” e “povera ricchezza”, a condividere con Lui il suo Spirito filiale e fraterno, a diventare figli nel Figlio, fratelli nel Fratello Primogenito (cfr Rm 8,29). È stato detto che la sola vera tristezza è non essere santi (L. Bloy); potremmo anche dire che vi è una sola vera miseria: non vivere da figli di Dio e da fratelli di Cristo. La nostra testimonianza Potremmo pensare che questa “via” della povertà sia stata quella di Gesù, mentre noi, che veniamo dopo di Lui, possiamo salvare il mondo con adeguati mezzi umani. Non è così. In ogni epoca e in ogni luogo, Dio continua a salvare gli uomini e il mondo mediante la povertà di Cristo, il quale si fa povero nei Sacramenti, nella Parola e nella sua Chiesa, che è un popolo di poveri. La ricchezza di Dio non può passare attraverso la nostra ricchezza, ma sempre e soltanto attraverso la nostra povertà, personale e comunitaria, animata dallo Spirito di Cristo. Ad imitazione del nostro Maestro, noi cristiani siamo chiamati a guardare le miserie dei fratelli, a toccarle, a farcene carico e a operare concretamente per alleviarle. La miseria non coincide con la povertà; la miseria è la povertà senza fiducia, senza solidarietà, senza speranza. Possiamo distinguere tre tipi di miseria: la miseria materiale, la miseria morale e la miseria spirituale. La miseria materiale è quella che comunemente viene chiamata povertà e tocca quanti vivono in una condizione non degna della persona umana: privati dei diritti fondamentali e dei beni di prima necessità quali il cibo, l’acqua, le condizioni igieniche, il lavoro, la possibilità di sviluppo e di crescita culturale. Di fronte a questa miseria la Chiesa offre il suo servizio, la sua diakonia, per andare incontro ai bisogni e guarire queste piaghe che deturpano il volto dell’umanità. Nei poveri e negli ultimi noi vediamo il volto di Cristo; amando e aiutando i poveri amiamo e serviamo Cristo. Il nostro impegno si orienta anche a fare in modo che cessino nel mondo le violazioni della dignità umana, le discriminazioni e i soprusi, che, in tanti casi, sono all’origine della miseria. Quando il potere, il lusso e il denaro diventano idoli, si antepongono questi all’esigenza di una equa distribuzione delle ricchezze. Pertanto, è necessario che le coscienze si convertano alla giustizia, all’uguaglianza, alla sobrietà e alla condivisione. Non meno preoccupante è la miseria morale, che consiste nel diventare schiavi del vizio e del peccato. Quante famiglie sono nell’angoscia perché qualcuno dei membri – spesso giovane – è soggiogato dall’alcol, dalla droga, dal gioco, dalla pornografia! Quante persone hanno smarrito il senso della vita, sono prive di prospettive sul futuro e hanno perso la speranza! E quante persone sono costrette a questa miseria da condizioni sociali ingiuste, dalla mancanza di lavoro che le priva della dignità che dà il portare il pane a casa, per la mancanza di uguaglianza rispetto ai diritti all’educazione e alla salute. In questi casi la miseria morale può ben chiamarsi suicidio incipiente. Questa forma di miseria, che è anche causa di rovina economica, si collega sempre alla miseria spirituale, che ci colpisce quando ci allontaniamo da Dio e rifiutiamo il suo amore. Se riteniamo di non aver bisogno di Dio, che in Cristo ci tende la mano, perché pensiamo di bastare a noi stessi, ci incamminiamo su una via di fallimento. Dio è l’unico che veramente salva e libera. Il Vangelo è il vero antidoto contro la miseria spirituale: il cristiano è chiamato a portare in ogni ambiente l’annuncio liberante che esiste il perdono del male commesso, che Dio è più grande del nostro peccato e ci ama gratuitamente, sempre, e che siamo fatti per la comunione e per la vita eterna. Il Signore ci invita ad essere annunciatori gioiosi di questo messaggio di misericordia e di speranza! È bello sperimentare la gioia di diffondere questa buona notizia, di condividere il tesoro a noi affidato, per consolare i cuori affranti e dare speranza a tanti fratelli e sorelle avvolti dal buio. Si tratta di seguire e imitare Gesù, che è andato verso i poveri e i peccatori come il pastore verso la pecora perduta, e ci è andato pieno d’amore. Uniti a Lui possiamo aprire con coraggio nuove strade di evangelizzazione e promozione umana. Cari fratelli e sorelle, questo tempo di Quaresima trovi la Chiesa intera disposta e sollecita nel testimoniare a quanti vivono nella miseria materiale, morale e spirituale il messaggio evangelico, che si riassume nell’annuncio dell’amore del Padre misericordioso, pronto ad abbracciare in Cristo ogni persona. Potremo farlo nella misura in cui saremo conformati a Cristo, che si è fatto povero e ci ha arricchiti con la sua povertà. La Quaresima è un tempo adatto per la spogliazione; e ci farà bene domandarci di quali cose possiamo privarci al fine di aiutare e arricchire altri con la nostra povertà. Non dimentichiamo che la vera povertà duole: non sarebbe valida una spogliazione senza questa dimensione penitenziale. Diffido dell’elemosina che non costa e che non duole. Lo Spirito Santo, grazie al quale ‘[siamo] come poveri, ma capaci di arricchire molti; come gente che non ha nulla e invece possediamo tutto’ (2 Cor 6,10), sostenga questi nostri propositi e rafforzi in noi l’attenzione e la responsabilità verso la miseria umana, per diventare misericordiosi e operatori di misericordia. Con questo auspicio, assicuro la mia preghiera affinché ogni credente e ogni comunità ecclesiale percorra con frutto l’itinerario quaresimale, e vi chiedo di pregare per me. Che il Signore vi benedica e la Madonna vi custodisca”.

domenica 2 febbraio 2014

luce per illuminare le genti, commento al vangelo di oggi

Meditazione del giorno
Beato Guerrico d'Igny (ca 1080-1157), abate cistercense
1a omelia per la Purificazione, 3-5 ; SC 166, p.313s

« Luce per illuminare le genti »

Mi rallegro con te e ti benedico, o piena di grazia ; hai dato alla luce la Misericordia che è venuta su di noi. Hai preparato tu questo cero che ricevo oggi nelle mani [nella liturgia di questa festa]. Hai dato tu la cera a questa fiamma...quando, Madre senza corruzione, hai vestito di una carne senza corruzione il Verbo incorruttibile.

Fratelli, andiamo ! Oggi questo cero brucia nelle mani di Simeone. Venite a prendervi la luce, venite a accendervi i vostri ceri, voglio dire queste lampade che il Signore vuole che teniate nelle mani. « Guardate a lui e sarete raggianti » (Sal 33, 6). Non tanto per portare in mano delle fiaccole, quanto per essere voi stessi fiaccole che brillano dentro e fuori, per il bene vostro e per quello degli altri : ... Gesù accenderà la vostra fede, farà brillare il vostro esempio, vi suggerirà la parola giusta, infiammerà la vostra preghiera, purificherà la vostra intenzione...

E per te, che possiedi dentro di te tante lampade accese, quando si spegnerà la lampada di questa vita, sorgerà la luce di quella vita che non si può spegnere. Sarà per te, di sera, come il sorgere della luce di mezzogiorno. Nel momento in cui pensavi di spegnerti, sorgerai come la stella del mattino (Gb 11, 17) e le tue tenebre saranno come il sole meridiano (Is 38, 10). Il sole non sarà più la tua luce di giorno, né ti illuminerà più il chiarore della luna. Ma il Signore sarà per te luce eterna (Is 60, 19), perché la lampada della nuova Gerusalemme è l'Agnello (Ap 21, 23). A lui sia benedizione e splendore per i secoli ! Amen.

sabato 1 febbraio 2014

Le parole ed il dialogo


Era una cosa che, come sa Francesca ed altri amici, mi ronzava in testa da tempo: quanto il nostro linguaggio è infestato da espressioni di dubbio valore emotivo e concettuale?

Spesso sono retaggio di un ventennio più che disgraziato che ci ha diluviato d'immagini e modi di fare assai poco dialoganti e non meno privi di discernimento. Ecco un breve campionario per sommi capi. Ovviamente resto aperto al dialogo.

Le nuove frasi fatte
io la penso così
è la mia opinione non razzismo
Tizio sbaglia, le cose non stanno così, io lo so perché la cognata della sorella di mio nonno...
le cose non stanno così, basta leggere in rete per scoprire che...

Le frasi di deresponsabilizzazione preventiva
E che ne so?
non so che dire
dicevo per dire
era un purparlé
forse sbaglio, ma
è solo la mia opinione personale
la mia opinione vale quanto la tua
e che c'entra?
dimmelo tu!

Le frasi di blocco
non m'interessa
non mi compete
ho messo un paletto
sia ben chiaro
non è questo il punto
è ben altro...
e che mme frega
ci mancherebbe altro! (un bell'esempio d'impotenza rabbiosa, dopo aver subito di tutto e di più) 

Le pseudomanagerialfinanziarieangloidi
non ci sono i margini
ho investito tanto in quel rapporto
il manàgement
il réport
il claud

martedì 28 gennaio 2014

Il dialogo secondo papa Francesco nell'Evangelii Gaudium'

Il don sta leggendo l'esortazione apostolica di papa Francesco "Evangelii Gaudium" con gli universitari e ci ha suggerito di leggere almeno alcuni punti.

http://www.vatican.va/holy_father/francesco/apost_exhortations/documents/papa-francesco_esortazione-ap_20131124_evangelii-gaudium_it.html

Questi due riguardano "il dialogo":


Il dialogo tra la fede, la ragione e le scienze

242. Anche il dialogo tra scienza e fede è parte dell’azione evangelizzatrice che favorisce la pace. Lo scientismo e il positivismo si rifiutano di « ammettere come valide forme di conoscenza diverse da quelle proprie delle scienze positive ». La Chiesa propone un altro cammino, che esige una sintesi tra un uso responsabile delle metodologie proprie delle scienze empiriche e gli altri saperi come la filosofia, la teologia, e la stessa fede, che eleva l’essere umano fino al mistero che trascende la natura e l’intelligenza umana. La fede non ha paura della ragione; al contrario, la cerca e ha fiducia in essa, perché « la luce della ragione e quella della fede provengono ambedue da Dio »,e non possono contraddirsi tra loro. L’evangelizzazione è attenta ai progressi scientif ici per illuminarli con la luce della fede e della legge naturale, affinché rispettino sempre la centralità e il valore supremo della persona umana in tutte le fasi della sua esistenza. Tutta la società può venire arricchita grazie a questo dialogo che apre nuovi orizzonti al pensiero e amplia le possibilità della ragione. Anche questo è un cammino di armonia e di pacificazione. La Chiesa non pretende di arrestare il mirabile progresso delle scienze. Al contrario, si rallegra e perfino gode riconoscendo l’enorme potenziale che Dio ha dato alla mente umana. Quando il progresso delle scienze, mantenendosi con rigore accademico nel campo del loro specifico oggetto, rende evidente una determinata conclusione che la ragione non può negare, la fede non la contraddice. Tanto meno i credenti possono pretendere che un’opinione scientifica a loro gradita, e che non è stata neppure sufficientemente comprovata, acquisisca il peso di un dogma di fede. Però, in alcune occasioni, alcuni scienziati vanno oltre l’oggetto formale della loro disciplina e si sbilanciano con affermazioni o conclusioni che eccedono il campo propriamente scientifico. In tal caso, non è la ragione ciò che si propone, ma una determinata ideologia, che chiude la strada ad un dialogo autentico, pacifico e fruttuoso.

Il dialogo interreligioso

250. Un atteggiamento di apertura nella verità e nell’amore deve caratterizzare il dialogo con i credenti delle religioni non cristiane, nonostante i vari ostacoli e le difficoltà, particolarmente i fondamentalismi da ambo le parti. Questo dialogo interreligioso è una condizione necessaria per la pace nel mondo, e pertanto è un dovere per i cristiani, come per le altre comunità religiose. Questo dialogo è in primo luogo una conversazione sulla vita umana o semplicemente, come propongono i vescovi dell’India « un’atteggiamento di apertura verso di loro, condividendo le loro gioie e le loro pene ». Così impariamo ad accettare gli altri nel loro differente modo di essere, di pensare e di esprimersi. Con questo metodo, potremo assumere insieme il dovere di servire la giustizia e la pace, che dovrà diventare un criterio fondamentale di qualsiasi interscambio. Un dialogo in cui si cerchi la pace sociale e la giustizia è in sé stesso, al di là dell’aspetto meramente pragmatico, un impegno etico che crea nuove condizioni sociali. Gli sforzi intorno ad un tema specifico possono trasformarsi in un processo in cui, mediante l’ascolto dell’altro, ambo le parti trovano purificazione e arricchimento. Pertanto, anche questi sforzi possono avere il significato di amore per la verità.

lunedì 27 gennaio 2014

LIMITI E POSSIBILITÀ DELLA MENTE UMANA, LECTIO MAGISTRALIS DI NOAM CHOMSKY IN VATICANO

Da "Avvenire" di oggi un articolo sulla lectio tenuta da Chomsky in Vaticano, dopo quella tenuta al festival della Scienza.

Ottimo per la mia "fissazione" (i "Limiti della ragione umana") ma anche per quella di Francesca (le "Neuroscienze").

"[...] ci si accosta al nucleo centrale dell’idea che Chomsky ha offerto del linguaggio: la competenza linguistica, semplificando, si fonda su una conoscenza implicita innata delle regole della grammatica universale. Queste regole portano ad esempio a distinguere tra ciò che è corretto grammaticalmente da ciò che è sbagliato.

Un meccanicismo, dunque? Chomsky analizza la filosofia meccanicistica sviluppata da Cartesio secondo cui – spiega – «il mondo opera come una macchina, su principi delle leggi della meccanica, come oggi potremmo dire dei computer. Anche la lingua può essere costruita in questo modo con l’idea che tutto obbedisce a una sorta di legge meccanica». 

Le obiezioni sono tante. L’aspetto creativo pure può essere disciplinato dalle leggi della meccanica e da una macchina? Allora l’arte? E l’estro? E la follia? Bisogna considerare dunque gli aspetti che non si spiegano con la sola meccanica. È il «fantasma nella macchina» la spiegazione, come l’ha inteso anche Ryle: questa macchina, il corpo, guidata non solo dalla mente ma anche da un insieme di entità mentali dotate di un autonomo status ontologico e di potere causale sul corpo.

Chomsky analizza e critica l’empirismo inglese, riprende il dualismo mente e corpo cartesiano, passa in rassegna Newton, Hume e Locke, e nella sua colta lezione esclude spiegazioni essenzialmente meccanicistiche o fondamentalmente chimiche. Occorre a un certo punto ammetterlo: «La mente e le facoltà mentali sono prodotte da principi del cervello che ancora non comprendiamo».

A Roma, in questa seconda lezione (la sera precedente è stato ospite del Festival delle Scienze), ha proposto un «Nuovo Mistero», una dottrina misterica – la definisce – «per andare oltre una certa scientificità molto limitata e ristretta». La suggestione fa dire poi a Ravasi: «Probabilmente è anche ammettere un’esistenza di Dio benché non sia possibile ricondurla a schemi, teorie o diagrammi». Chomsky accoglie l’ipotesi: «Non possiamo spiegarci tutto con la nostra mente, ma occorre guardare ai misteri del mondo, relativizzando tutto quello che la mente vorrebbe spiegare ma non può». E così anche l’evoluzione che – sostiene – «dipende anche da mutamenti casuali che non si possono prevedere».

Sollecitato poi dalle domande del pubblico, Chomsky si sofferma sulle tecnologie e sui nuovi strumenti del comunicare: «Questi – dice – hanno portato a una maggior vivacità rispetto ai media ortodossi, ma per effetto negativo hanno provocato la tendenza a sospingere gli utenti verso una visione molto più ristretta, perché quasi automaticamente le persone sono attratte verso quei nuovi media che fanno eco alle loro stesse vedute. Se uno si informa solo sui blog le prospettive saranno molto più ristrette». Fino a che punto, gli chiedono ancora, le tecnologie possono modificare il linguaggio? «Quando la tecnologia va oltre il senso comune – spiega – ha un impatto forte e causa nuovi sistemi simbolici»."

giovedì 23 gennaio 2014

«Seguire la propria coscienza» non è una scusa per fare ciò che si vuole?

di padre Athos Turchi, docente di filosofia alla Facoltà Teologica dell'Italia Centrale. 

La coscienza è il luogo più sacro della persona. Luogo intoccabile e inaccessibile a tutti. Dio stesso lo rispetta, al punto che permette al soggetto di fare anche i mali più efferati, senza intervenire. Lì l’uomo è un assoluto, l’unico arbitro di se stesso e del suo destino. Per il fatto che Dio non intervenga significa che in un certo senso la persona ha «diritto» di decidere e fare quello che gli pare.

Questo però non vuol dire che spetta alla coscienza individuale di decidere il bene e il male, ma soltanto che la persona in quanto tale, per la sua dignità e per il suo valore, può decidere liberamente e arbitrariamente di fare quello che vuole. E quello che vuole può essere buono o cattivo.
Il bene e il male non stanno nella decisionalità, cioè nella coscienza dell’individuo, ma in ciò che fonda l’etica. L’etica è il principio in base al quale si stabilisce per l’essere umano ciò che è bene e ciò che è male. Il fondamento dell’etica abita nella intersoggettività umana: la persona umana è un esser-per-l’altro, per cui la pienezza e la perfezione dell’essere umano sta nella correlazione tra le persone. Il vero uomo, pieno è perfetto, non è dato dall’individuo, ma dal rapporto interpersonale.

La legge della correlazione è quella dell’amore. Perciò amare l’altro essere umano è il fondamento morale o relazionale delle persone. L’amore è quel rapporto naturale che lega gli esseri umani, ed esso è proprio della soggettività in quanto è un rapporto responsabile. La responsabilità è un affidamento: la persona si affida all’amore dell’altro, o per contrario l’altro è affidato all’amore mio. Questo è un ossimoro: la persona rispetto all’altra persona è obbligata ad amarla, ma nello stesso tempo lo fa in maniera libera, perché l’amore è una forma decisionale del soggetto che ama. In sintesi, il fine ultimo dell’uomo è amare l’altra persona, fare il suo bene, in quanto nel bene dell’altro è la propria perfezione. Il fine ultimo della morale, dunque, è non il bene universale, ma l’amore verso l’altro, fine, poi, che è fondato nella struttura etica della natura umana, cioè l’intersoggettività. Da qui il bene e il male ne emergono netti, assoluti, evidenti: la coscienza umana non può scegliere se non quello che è buono, cioè il bene altrui, che consiste nella pienezza di dignità umana. Bene che ovviamente si estende a ogni forma di azione e di esistenza che circonda l’essere umano.

La coscienza perciò ha l’obbligo di scegliere solo quel bene che è l’amore verso l’altro. Il problema del lettore sta nel fatto che culture, mode, interessi, paure, ecc. cambiano l’immagine di "bene", e così si diffonde l’idea che ogni individuo è libero di stabilire il bene e il male. Questo fa sentire se stessi onnipotenti, che è sempre una grande tentazione, e l’alterazione del bene etico, fa sentire la coscienza tranquilla, per es. i componenti di una banda di criminali si sentono tranquilli se uccidono almeno una o due persone al mese. Tuttavia la coscienza non può mai essere tranquilla finché nel mondo il male imperversa. E il male è un atto ben preciso: tutto ciò che è contrario alla valorizzazione e alla perfezione umana, di ogni persona e del suo mondo. Nessuno può tollerare il male anche se non ne è diretto responsabile, perciò si può dire «ho la coscienza tranquilla in quanto non partecipo a ciò che è male», ma non sono tranquillo perché il male, nonostante tutto, c’è.

Il male poi indica, per contrario, la grandezza umana, in quanto rivela nell’uomo la capacità, «in coscienza», di fare e desiderare cose che sono contrarie all’essere (si noti) in quanto tale, cioè contrarie a Dio. E questa è la libertà, la grandezza, il valore assoluto dell’uomo, valore che se venisse toccato avremmo un bruto, un animale, e non più una persona. Il male, come dice il serpente nel giardino dell’Eden, è la tentazione di diventare onnipotenti "come Dio". Questo spiega come sia difficile anche per coloro che si dicono cristiani accettare passivamente gli insegnamenti della loro stessa fede. In un mondo, come il nostro, l’obbedienza è un segno dello spirito di «pecora» e nessuno vuol apparire nella forma di questo animale, perciò non c’è fede che non sia ridotta, rivista, ritoccata a seconda della propria coscienza, ossia a seconda di ciò che per quella persona è l’interesse maggiore. Dissociarsi da quanto dice l’Autorità è per noi segno di elevatezza e di forza volitiva, e a questa immagine è difficile che qualcuno - nell’oggi - ci rinunci. Così anche nel campo cristiano i fedeli vogliono dimostrare che, nonostante la loro fede, tuttavia non sono delle pecore, ma sono capaci di flettere il contenuto della loro fede alle proprie esigenze.

Insomma non è facile far coincidere oggi una fede, un credo, qualsiasi esso sia e non solo cristiano, con l’esigenza interiore di ogni persona che ritiene di avere ogni «diritto», e questo non solo a livello sociale e soggettivo, ma anche religioso. Da qui nasce nell’animo umano quel «diritto» ad adeguare a se stessi ogni tipo di credenza, fede, o ideologia, ritenendo di averne una personale legittimità.

Costruiamo insieme significati comuni

Sono le 00.30 e ci stiamo congedando dopo un profondo e proficuo incontro del nostro gruppo credenti non credenti, con alcune riflessioni e molte proposte sul futuro.
Innanzitutto proprio a partire dall'intervista di Antonio Spadaro al Papa, che ci permette di riflettere su molti aspetti dell'essere cristiano.
"Io vedo la santità — prosegue il Papa — nel popolo di Dio pa- ziente: una donna che fa crescere i figli, un uomo che lavora per portare a casa il pane, gli ammalati, i preti anziani che hanno tante ferite ma che hanno il sorriso perché hanno servito il Signore, le suore che lavorano tanto e che vivono una santità nascosta. Questa per me è la santità comune. La santità io la associo spesso alla pazienza: non solo la pazienza come hypomoné, il farsi carico degli avvenimenti e delle circostanze della vita, ma anche come costanza nell’andare avanti, giorno per giorno", dice Papa Bergoglio.
Ci piacerebbe promuovere delle conversazioni innanzitutto nella nostra comunità per crescere insieme nel discernimento, nella capacità di leggere i segni di Dio nella nostra vita quotidiana, nella capacità di riconoscere l'opera del diavolo, principalmente quella travestita da angelo.
Poter poi costruire insieme con il quartiere un dialogo che crei significati comuni ispirati ad un nuovo umanesimo, confrontiamoci sui valori e testimoniamo Cristo con la parola e con la vita. Molti sono gli spunti su cui riflettere: il significato del tempo, la parola e le metafore come incidono sulle relazioni e sulla possibilità di pensare ad un futuro diverso, come possiamo diventare partecipi e coinvolti nella comunità e così via. Affidiamoci al vangelo per trovare altri su cui riflettere insieme ed affidiamo con generosità i nostri pensieri ed i nostri sentimenti a questo nostro blog.
grazie, grazie di cuore a tutto il gruppo

mercoledì 22 gennaio 2014

Francesco, Scalfari e l'arte del dialogo di Hans Kung

IO CREDO che sia un evento di grande valore e di cui rallegrarsi moltissimo, il fatto che il dialogo tra Papa Francesco ed Eugenio Scalfari non sia terminato con un epistolario, ma sia continuato con un'intervista. Quella pubblicata ieri su Repubblica è il documento straordinario di un incontro da uomo a uomo con un'intensa e profonda volontà reciproca di proseguire e approfondire il dialogo. Una delle cose che colpisce all'inizio del colloquio è che abbiano saputo trovare anche la dimensione dello humour: entrambi dicono di essere stati ammoniti e avvertiti dai loro collaboratori a non lasciarsi convertire l'uno dall'altro, né alla fede cristiana né al laicismo.

ED ENTRAMBI - lo trovo straordinario anche sul piano della comunicazione - hanno reagito ridendo e assicurando che nessuno dei due aveva questa intenzione. Ma poi, passando con disinvoltura al discorso serio, hanno sottolineato che il loro colloquio aveva e avrebbe avuto lo scopo di accrescere con uno sforzo reciproco la conoscenza. Questo si proponevano di fare e questo hanno saputo fare trovando punti significativi di convergenza e punti di leale disaccordo. Un confronto tanto più straordinario perché nessuno dei due voleva fare proselitismo.

Uno dei punti interessanti dell'intervista è il giudizio sul comunismo. Francesco afferma che non avrebbe mai aderito al materialismo, ma che ciò nonostante, attraverso i docenti che ebbe e conobbe all'università, da quella dottrina imparò moltissimo. Imparò e capì molto sulle questioni sociali di cui parlavano i comunisti. Non è un caso che Francesco abbia sottolineato l'importanza di alcuni temi che sollevava il movimento (che era sia politico che di fede) della Teologia della Liberazione.

Poi c'è la questione della Curia, o diciamo anche della Corte romana. Il Papa ha usato parole molto dure, parole che non mi aspettavo, parole che persino a me avrebbero causato estremo disagio se le avessi usate: "La Corte è la lebbra del Papato". In quel momento del loro dialogo, Francesco e Scalfari hanno davvero colto il punto essenziale, cioè che la Curia romana deve essere posta di nuovo al servizio del genere umano e non al servizio di un sistema romano che non ha nulla a che vedere con la lezione del Vangelo. E che da un punto di vista veramente cattolico il Vaticano non può divenire la necessità suprema, ma al contrario tutte le strutture della Chiesa, anche quelle della Curia, devono porsi al servizio del Popolo di Dio.

E infine, il Papa ha rifiutato di pronunciare una gerarchia dei santi: ha detto che è possibile fare una classifica dei migliori calciatori argentini ma non dei Santi. Poi si è espresso in favore di San Paolo, quale interpretazione del cristianesimo che è rimasta valida per millenni, di Sant'Agostino e di Francesco d'Assisi. Nel corso di tutto il dialogo tra Francesco e Scalfari non c'è un singolo tono sbagliato. Si può solo sperare che questo dialogo resti d'esempio per il dialogo tra credenti e non credenti.

martedì 21 gennaio 2014

In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui

"Prima" Israele andava dal Battista.
Ora Gesù va verso Israele.
Gesu inverte la direzione, va verso la gente, e trova gli analfabeti, che non conoscono le leggi e le prescrizioni.
Il suo fallimento presso le autorità è la prova del suo essere Profeta di questo Dio misterioso che si rivela agli esclusi.
Il Suo vissuto è anche il nostro vissuto. I Suoi dubbi e la Sua ricerca ci dicono che è una persona che vive in questo mondo, e che compie il Suo cammino per dare un senso alla vita.
Nel suo cammino ogni uomo è libero di dire sì a Dio, oppure negarlo o, addirittura, maledirlo.
Per i credenti la vera Fede richiede il rifiuto della sicurezza di un Dio necessario, padrone, che offre la salvezza come merce di scambio e "offre gratuitamente delle tracce sulle quali avanzare con la libertà che non contraddice ne l'obbedienza a DIO nè l'umiltà davnti a Lui. Si DIO parla, DIO ama, DIO offre la vita che vince la morte: "davanti a DIO e con DIO, senza DIO, senza prenderlo in ostaggio."
Invece, rispetto a chi sceglie di vivere senza Dio, ponendo la ragione umana come unico, definitivo, criterio, occorre riconoscere che egli non si priva della libertà, ma la esercita e può conoscere l'omertà dell'Amore di Dio, in base all'Amore che vive per gli altri.

Riflessione proposta da Giancarlo per l'Adorazione del 16.

La spiritualità degli atei di Enzo Bianchi

Ormai in Italia il confronto tra credenti cattolici e non cristiani, agnostici o atei è sempre più segnato da conflittualità e polemiche che a volte diventano derisione e disprezzo reciproco. 

Va detto con franchezza: siamo lontani dallo spirito espresso da Paolo VI con parole ormai dimenticate: "Noi dedichiamo uno sforzo pastorale di riflessione per cercare di cogliere negli atei nell'intimo del loro pensiero i motivi del loro dubbio e della loro negazione di Dio". E' vero che oggi l' ateismo militante non è più attestato come negli anni sessanta, ma l'orizzonte agnostico, oggi ancor più esteso di allora, richiede in realtà lo stesso sforzo da parte dei cristiani per tessere un dialogo che si nutra di ricerca comune, di ascolto, di dibattito tra vie diverse. 

Invece da una parte, quella dei credenti, le posizioni sono sovente difensive perché nutrite di paura e di vittimismo, mentre da parte di alcuni non cristiani si arriva a deridere la fede, ad affermare che proprio i cristiani sono incapaci di avere un' etica, che la fede è fomentatrice di integralismo, intolleranza e violenza. Veementi attacchi anticristiani da una parte, dall' altra mancanza di ascolto e persino demonizzazione del "non credente", giudicato "incapace di moralità".

 E così, qua e là echeggia una parola di Dostoevskij: "Se Dio non esiste, tutto è permesso!", considerando chi non crede come persona priva di spiritualità e di morale. Ma allora, è praticabile un dialogo convinto, rispettoso, capace di essere anche fecondo? E' possibile che i non credenti si confrontino con i cristiani sulle domande attorno al senso della vita? E' possibile che il cammino di "umanizzazione", essenziale all' umanità per non cadere nella barbarie, sia percorso insieme? 

Ma affinché questo cammino si apra occorrono alcune urgenze che cerco di delineare. Agnostici e atei non credono in Dio, non si sentono coinvolti da questa presenza perché non la sentono reale, ma sono consapevoli che invece le religioni che professano Dio fanno parte della storia umana, della società, del mondo. Come essi non trovano ragioni per credere, altri invece le trovano e sono felici: gli uni pensano che questo mondo basti loro, gli altri sono soddisfatti di avere la fede. Ma proprio questo fa dire che l'umanità è una, che di essa fanno parte religione e irreligione e che, comunque, in essa è possibile, per credenti e non credenti, la via della spiritualità. Spiritualità non intesa in stretto senso religioso, ma come vita interiore profonda, come fedeltà-impegno nelle vicende umane, come ricerca di un vero servizio agli altri, attenta alla dimensione estetica e alla creazione di bellezza nei rapporti umani. Spiritualità, soprattutto, come antidoto al nichilismo che è lo scivolo verso la barbarie: nichilismo che credenti e non credenti dovrebbero temere maggiormente nella sua forza di negazione di ogni progetto, di ogni principio etico, di ogni ideologia. 

Purtroppo questo nichilismo viene sovente definito relativismo, finendo per confondere il linguaggio del dialogo e del confronto e portando all' incomprensione reciproca. Ed è lo stesso nichilismo che, paradossalmente, può assumere la forma del fanatismo in cui ci sono certezze assolute, dogmatismi, intolleranza che accecano fino a rendere una persona disposta a morire e a far morire. No al nichilismo, dunque, ma allora emerge l' urgenza di riconoscere la presenza di una spiritualità anche negli atei e negli agnostici, capaci di mostrare che, se anche Dio non esiste, non per questo ci si può permettere tutto: persone che sanno scegliere cosa fare in base a principi etici di cui l' uomo in quanto tale è capace. 

E la grande tradizione cattolica chiede ai cristiani di riconoscere che l' uomo, qualsiasi essere umano, proprio perché, secondo la nostra fede, è creato a immagine e somiglianza di Dio, è "capax boni", capace di discernere tra bene e male in virtù di un indistruttibile sigillo posto nel suo cuore e della ragione di cui è dotato. I non credenti sono capaci di combattere l' orrore, la violenza, l' ingiustizia; sono capaci di riconoscere "principi" e "valori", di formulare diritti umani, di perseguire un progresso sociale e politico attraverso un' autentica umanizzazione. Si tratta, per tutti, di essere fedeli alla terra, fedeli all' uomo, vivendo e agendo umanamente, credendo all' amore, parola sì abusata oggi e sovente svuotata di significato, ma parola unica che resta nella grammatica umana universale per esprimere il "luogo" cui l' essere umano si sente chiamato. Credenti e non credenti non possono essere insensibili ad affermazioni che percorrono come un adagio i testi biblici e che sono stati ripresi dalla tradizione: "Solo l' amore è più forte della morte... Solo l' amore resterà per l' eternità...". 

Del resto la fede - questa adesione a Dio sentito come una presenza soprattutto a causa del coinvolgimento che il cristiano vive con Gesù Cristo - non sta nell' ordine del "sapere" e neppure in quello dell' acquisizione: si crede nella libertà, accogliendo un dono che non ci si può dare da sé. Analogamente gli atei, nell' ordine del sapere non possono dire "Dio non c' è": è, infatti, un' affermazione che possono fare solo nell' ambito della convinzione. Vorrei che noi cristiani potessimo ascoltare atei e agnostici, potessimo confrontarci con loro, senza inimicizie, soprattutto attraverso un confronto delle nostre spiritualità, di ciò che in profondità ci muove nel nostro agire. Lo spirito dell' uomo è troppo importante perché lo si lasci nelle mani di fanatici e di intolleranti oppure di spiritualisti alla moda. Certo, ogni religione si nutre di spiritualità, ma c' è posto anche per una spiritualità senza religione, senza Dio. Ma nella specifica situazione italiana dovremmo prestare attenzione anche ad un altro elemento, facendo tesoro di un aneddoto storico. Mussolini confidò un giorno al suo ministro degli Esteri: "Io sono cattolico e anticristiano!". Eredi di questa posizione se ne possono trovare tuttora in Italia: persone non credenti né in Cristo né nel suo vangelo, ma pronti a difendere valori culturali "cattolici". Non è questo che intendo quando parlo di spiritualità degli atei: penso invece a un sentire che rende possibile un confronto proprio sui valori del Vangelo, sul suo messaggio umanizzante a servizio dell' uomo. 

Credo ci sia posto per una spiritualità degli agnostici e dei non credenti, di coloro che sono in cerca della verità perché non soddisfatti di risposte prefabbricate, di verità definite una volta per tutte. E' una spiritualità che si nutre dell' esperienza dell' interiorità, della ricerca del senso e del senso dei sensi, del confronto con la realtà della morte come parola originaria e con l' esperienza del limite; una spiritualità che conosce l' importanza anche della solitudine, del silenzio, del pensare, del meditare. E' una spiritualità che si alimenta dell'alterità: va incontro agli altri, all'altro e resta aperta all'Altro se mai si rivelasse. Ne La Peste, Camus scriveva: "Poter essere santi senza Dio è il solo problema concreto che io oggi conosco". 

Oggi potremmo parafrasare questa affermazione dicendo che il solo autentico problema è essere impegnati in una ricerca spirituale al fine di fare della vita umana un' opera d' arte, un cammino di piena umanizzazione. Sì, in Francia pensatori come Luc Ferry o André Comte-Sponville, non cristiani e non credenti, propongono nella lotta contro la barbarie incipiente una spiritualità anche per gli atei. Da noi in Italia, invece, alcuni paiono esercitarsi a offendere la fede dei credenti e a negarsi reciprocamente la capacità di etica universale, di umanesimo... Io resto testardamente convinto che, in quanto esseri umani, non siamo estranei gli uni agli altri e che siamo pertanto chiamati ad ascoltarci e a cercare insieme. L' autore è fondatore e priore della Comunità Monastica di Bose

ENZO BIANCHI

Quale dialogo?


Quale l’obiettivo di un dialogo tra credenti e non credenti? Cacciari sostiene: “In che cosa consiste il valore di un dialogo “sincero e rigoroso”? Nel trovare un reciproco adattarsi delle posizioni? Minimi comuni denominatori? Ragionevoli mediazioni? No certo. Esso consiste nel pervenire alla massima chiarezza della distinzione - e nel riconoscerne la necessità”13. Ma forse, data la profonda frattura che si è scavata tra la cristianità e la modernità, basterebbe anche un minimo comune denominatore.

Vediamo qual minimo comun denominatore sta emergendo nei due ambiti proposti dallo stesso Bergoglio: verità e carità. Sulla verità si può concordare con quanto sostenuto da Leonardo Boff: “…tutti cerchiamo una verità più piena e più ampia, una verità che ancora non possediamo. Per trovarla, non servono i dogmi e le dottrine, ma caso mai il presupposto che esistono ancora risposte da cercare, che esiste un mistero, e che questa ricerca è una forza che ci mette tutti sullo stesso piano, i credenti come i non credenti, i fedeli di chiese diverse, ognuno dei quali ha diritto di portare la sua visione del mondo”22.
Al seguente link, trovate molti articoli sul tema da leggere e commentare

http://www.democraziapura.altervista.org/?page_id=4399